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L’uva San Francesco. Un’antica uva di Lucera

Ci sono documenti che sembrano parlare soltanto di prezzi. E invece raccontano un mondo.

È il caso dell’Assisa della frutta di Lucera del 21 settembre 1749, una preziosa testimonianza che ci permette di entrare nella vita quotidiana della città e, soprattutto, di conoscere ciò che le campagne lucerine producevano e portavano sulle tavole della popolazione.

Tra settembre e ottobre, accanto ai fichi, l'uva occupava un posto importante nella frutta disponibile sul mercato.

E non si trattava semplicemente di “uva”.

Il documento elenca diverse qualità: «Uva del Marchese, e di San Francesco, Sanginella verace, Moscadellone [...] e Corniola a tornesi cinque il rotolo. Uva Larturale, Malvagia, Sagro bianco e nero a grana due. Greco scelto a grano uno e mezzo il rotolo. Altre uve di vendemmie a cavalli sedici il rotolo».

Una straordinaria fotografia della viticoltura lucerina del Settecento. Nomi diversi, qualità diverse, prezzi diversi. E soprattutto: uve prodotte localmente e conosciute dalla popolazione.

Non è un particolare secondario. È la prova di una cultura viticola articolata, nella quale la vigna non serviva soltanto a produrre vino, ma offriva anche frutta da tavola, scelta e acquistata secondo qualità e valore. Tra quelle uve compare un nome che oggi merita di essere riportato alla memoria: SAN FRANCESCO.

L’UVA CHE SI MANGIAVA A TAVOLA

Oggi quando pensiamo alla vite pensiamo soprattutto al vino. Nel passato non era così. L'uva era anche frutta. Era una presenza della tavola nei mesi di settembre e ottobre, quando le campagne restituivano il lavoro di un'intera stagione. La Assisa ci mostra che a Lucera esisteva una vera cultura delle uve da tavola. La popolazione conosceva la differenza tra una San Francesco, una Sanginella, un Moscadellone, una Corniola, un Greco scelto.

Erano nomi familiari. Erano sapori conosciuti. Erano prodotti delle campagne. E proprio per questo la San Francesco non va considerata soltanto come il nome di un antico vitigno. È il nome di una parte della memoria agricola di Lucera. Una memoria fatta di vigne, vendemmie, contadini, mercati e tavole.

LA SAN FRANCESCO: UN NOME CHE VIENE DA LONTANO

La storia della San Francesco diventa ancora più interessante quando incontriamo un'altra denominazione: Uva del Vasto. Le fonti ottocentesche mettono infatti in relazione i due nomi. Lo storico vastese Luigi Marchesani, nella sua Storia di Vasto città in Apruzzo Citeriore, ricorda la «dolcissima grossa e bianca uva di S. Francesco» e riferisce che essa era conosciuta sul mercato napoletano come Uva del Vasto. È una testimonianza preziosa. Ma deve essere letta con attenzione. La presenza dell'Uva San Francesco a Lucera nel 1749 non significa che quella uva fosse stata portata a Lucera dal Vasto. Al contrario, l'Assisa la inserisce insieme alle altre varietà presenti nella produzione agricola locale.

La cosa importante è un'altra: una stessa memoria varietale attraversa territori diversi e conserva il proprio nome nella storia. San Francesco. Uva del Vasto. Due denominazioni che le fonti storiche mettono in relazione e che ci permettono oggi di seguire le tracce di una vite antica.

UNA VIGNA, MOLTI NOMI, UNA SOLA MEMORIA

È proprio qui che la storia della San Francesco diventa affascinante. Le antiche campagne non conoscevano la rigidità delle classificazioni moderne. Le varietà potevano essere chiamate diversamente da luogo a luogo. Potevano avere un nome legato alla provenienza, alla forma del grappolo, al sapore, alla tradizione locale o semplicemente all'uso che ne faceva la comunità. Per questo il nome San Francesco va conservato come una testimonianza storica, senza pretendere di sovrapporlo automaticamente a una varietà moderna. La ricerca dovrà stabilire, attraverso le fonti ampelografiche e, dove possibile, attraverso la genetica, quale fosse esattamente la vite indicata con quel nome.

Ma una cosa è già certa: nel 1749 a Lucera quel nome esisteva. E indicava un'uva conosciuta, commercializzata e consumata.

LUCERA E LA SUA CIVILTÀ DELLA VITE

L'elemento più importante della Assisa è forse proprio questo. Quelle uve non erano semplicemente presenti sul mercato. Erano il risultato di una civiltà agricola locale. La campagna lucerina produceva. Il contadino coltivava. Il venditore portava al mercato. La famiglia acquistava. E la comunità riconosceva la qualità. È una filiera antica, semplice e profondamente identitaria. La vite faceva parte del paesaggio. Faceva parte dell'economia. Faceva parte dell'alimentazione. E, soprattutto, faceva parte della cultura. Per questo recuperare oggi quei nomi significa recuperare una parte dell'identità di Lucera.

NON SOLO SAN FRANCESCO

La San Francesco non era sola. La sua presenza nell'Assisa va letta insieme alle altre uve: Uva del Marchese, Sanginella verace, Moscadellone, Corniola, Larturale, Malvagia, Sagro bianco e nero, Greco scelto. È un elenco che oggi sorprende. Perché ci mostra quanto fosse ricco il patrimonio viticolo locale. Ogni nome racchiude una storia. Ogni varietà rappresentava un gusto. Ogni grappolo era il risultato di una conoscenza tramandata. Ed è proprio questa ricchezza che rischiamo di aver perduto. La modernizzazione dell'agricoltura ha ridotto progressivamente il numero delle varietà coltivate.

Molti nomi sono scomparsi. Molte vigne sono state estirpate. Molte conoscenze sono rimaste soltanto nella memoria degli anziani e nei documenti degli archivi. La San Francesco è una di quelle storie che meritano di essere recuperate.

L’ASSISA DEL 1749: UN DOCUMENTO CHE DIVENTA MEMORIA

A prima vista l'Assisa è soltanto un provvedimento sui prezzi. Ma oggi possiamo leggerla diversamente. È una fotografia della città. Ci dice cosa produceva la terra. Ci dice cosa mangiava la popolazione. Ci dice quali uve erano conosciute. Ci dice che la frutta aveva qualità e valori differenti. E ci consegna una cosa ancora più preziosa: i nomi.

I nomi sono la memoria più fragile. Quando una varietà scompare, spesso scompare prima il suo nome. Poi scompare la pianta. Poi scompare il ricordo. E quando il ricordo non c'è più, diventa quasi impossibile ricostruire ciò che esisteva. Per questo quella riga del 1749 ha un valore enorme: «Uva del Marchese, e di San Francesco…».

Sono poche parole. Ma dentro quelle parole c'è un pezzo della storia agricola di Lucera.

LA SAN FRANCESCO COME IDENTITÀ

Riscoprire la San Francesco significa quindi fare qualcosa di più che recuperare un antico vitigno. Significa restituire identità a un paesaggio agricolo. Significa ricordare che le campagne lucerine possedevano una ricchezza varietale oggi quasi dimenticata. Significa riconoscere il lavoro di generazioni di contadini che selezionarono, moltiplicarono e conservarono quelle viti molto prima che esistessero le moderne classificazioni scientifiche. E significa soprattutto restituire dignità a una cultura agricola che non era soltanto produzione. Era stile di vita. Era alimentazione. Era lavoro. Era socialità. Era appartenenza. Era l'anima stessa di una comunità.

E SE QUELLA VITE ESISTESSE ANCORA?

Questa è la domanda che oggi dovrebbe guidare la ricerca. Esiste ancora, nelle campagne di Lucera, qualche vecchia vite conosciuta un tempo come San Francesco? Esiste qualche ceppo sopravvissuto nelle vigne abbandonate, nei vecchi poderi, vicino ai casolari? Qualcuno conserva ancora un nome tramandato dai nonni? Qualcuno ricorda una particolare uva bianca, grossa, consistente, destinata soprattutto alla tavola?

Se la risposta fosse sì, ci troveremmo davanti a qualcosa di straordinario. Non soltanto a una pianta. Ma a un pezzo vivente della memoria agricola di Lucera. Una vite capace di collegare il presente a quella pagina del 21 settembre 1749.

DA UNA RIGA D'ARCHIVIO A UNA NUOVA STORIA

La ricerca potrebbe dunque partire proprio da lì. Dall'archivio. Dai vecchi documenti. Dai catasti. Dagli inventari. Dalle testimonianze degli agricoltori. Dai nomi dialettali. E soprattutto dalle campagne. Perché se vogliamo davvero riscoprire i vitigni antichi di Lucera, non basta cercarli nei libri.

Bisogna andare dove sono nati: nella terra.

E forse proprio lì, tra una vecchia vigna e un muro a secco, può essere rimasta una vite che nessuno ha ancora riconosciuto.

SAN FRANCESCO: IL NOME DA CUI RIPARTIRE

Il 21 settembre 1749, a Lucera, quell'uva aveva un nome. San Francesco. Era prodotta nelle campagne. Era portata al mercato. Era venduta. Era consumata. Era conosciuta. Quasi tre secoli dopo, quel nome è ancora lì. Scritto in un documento. Intatto. In attesa che qualcuno lo riporti dalla carta alla terra. Perché riscoprire la San Francesco non significa soltanto ritrovare un vitigno. Significa ritrovare l'anima agricola di una città. Significa dare un nome alla memoria di uomini e donne che vivevano della terra. Significa restituire valore a un patrimonio che per secoli è stato parte della vita quotidiana e che oggi rischia di essere cancellato dall'oblio. E forse è proprio questo il senso più profondo della ricerca sui vitigni antichi: non riportare semplicemente in vita una vite, ma restituire identità a un popolo attraverso la sua terra.

La Assisa del 1749 ci ha lasciato una traccia. Una sola riga. Ma basta per ricominciare:

«Uva del Marchese, e di San Francesco…».

Da quella riga può ripartire la ricerca. E con essa, forse, la storia di una delle antiche uve di Lucera.

Eduardo Gemminni

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