Conservatori, maestri, castrati e teatri tra XVII e XVIII secolo: la nascita della scuola musicale napoletana e il suo dominio nel panorama europeo.
«Napoli è la capitale della musica»
Montesquieu
INTRODUZIONE
La produzione musicale sviluppatasi a Napoli tra il XVII e il XVIII secolo rappresenta uno dei fenomeni più rilevanti della storia culturale europea dell’età barocca. La città, inserita dapprima nel contesto del Viceregno spagnolo e successivamente in quello del Regno borbonico, divenne progressivamente un centro di elaborazione, formazione e produzione musicale di primaria importanza.
Il fenomeno napoletano non fu il risultato dell’attività isolata di singoli compositori o interpreti. Al contrario, esso nacque dall’incontro di istituzioni educative, chiese, confraternite, teatri, corti, aristocrazia e committenza pubblica, dando vita a un sistema musicale complesso e altamente specializzato.
La particolare forza di Napoli consistette proprio nella capacità di mettere in relazione formazione, produzione e circolazione della musica.
I giovani musicisti venivano formati nelle istituzioni cittadine; i teatri offrivano loro occasioni professionali; le chiese e le confraternite assicuravano una domanda costante di musica; la corte e l’aristocrazia sostenevano spettacoli e composizioni; infine, molti di quei musicisti partivano verso altre città italiane ed europee, portando con sé tecniche, repertori e modelli appresi a Napoli.
In questo modo la città divenne un autentico laboratorio europeo della musica.
La sua influenza non si limitò quindi al territorio del Regno. Compositori, cantanti e strumentisti formatisi nell’ambiente napoletano raggiunsero Roma, Venezia, Bologna, Milano, Vienna, Londra, Parigi, Madrid e numerosi altri centri.
La storia musicale di Napoli è pertanto anche la storia della circolazione europea della cultura italiana.
Ma questo patrimonio non appartiene esclusivamente al passato. La sua eredità continua a essere studiata e praticata ancora oggi, anche nel Mezzogiorno contemporaneo.
È significativo, in questa prospettiva, che a Lucera, in Capitanata, una giovane musicista polistrumentista, Greta Notarangelo, recentemente diplomatasi in clavicembalo presso il Conservatorio di Musica “Umberto Giordano” di Foggia, rappresenti oggi una testimonianza concreta della possibilità di riportare alla pratica musicale contemporanea strumenti e repertori legati alla grande tradizione barocca.
Si crea così un ideale filo conduttore che collega la Napoli dei conservatori e dei teatri, la diffusione ottocentesca dell’opera e la realtà musicale contemporanea della Capitanata.
1. IL SISTEMA DEI CONSERVATORI NAPOLETANI
Uno degli elementi strutturali dello sviluppo musicale napoletano fu rappresentato dai conservatori, istituzioni nate originariamente con finalità assistenziali e successivamente trasformatesi in importanti centri di formazione musicale.
Tra le principali istituzioni si ricordano Santa Maria di Loreto, la Pietà dei Turchini, Sant’Onofrio a Capuana e il Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo.
La loro origine è legata all’assistenza nei confronti di giovani orfani o provenienti da famiglie povere. Nel corso del tempo, tuttavia, la musica assunse un’importanza sempre maggiore all’interno dell’educazione impartita.
Gli allievi, tradizionalmente chiamati “figlioli”, ricevevano una preparazione rigorosa che comprendeva la pratica vocale e strumentale, il solfeggio, l’armonia, il contrappunto e la composizione.
La peculiarità di questo sistema consisteva soprattutto nella stretta relazione tra studio e pratica professionale. I giovani musicisti non si limitavano a studiare la musica sui libri: la eseguivano quotidianamente nelle chiese, nelle celebrazioni religiose e negli spettacoli.
Si creò così un modello formativo estremamente efficace.
Napoli formava musicisti, i musicisti alimentavano la vita musicale della città e molti di loro, una volta completata la formazione, partivano per lavorare nei principali centri europei.
È proprio questa capacità di formare professionalmente intere generazioni di musicisti a spiegare in larga misura la straordinaria influenza della scuola napoletana.
2. LA SCUOLA MUSICALE NAPOLETANA
Nel corso del Seicento e soprattutto del Settecento si affermò quella che viene comunemente definita Scuola musicale napoletana. L’espressione non indica un’accademia rigidamente organizzata, ma una tradizione musicale e didattica sviluppatasi all’interno delle istituzioni cittadine e riconoscibile per alcune caratteristiche stilistiche e formative.
Tra i suoi principali protagonisti si ricordano Alessandro Scarlatti, Francesco Durante, Francesco Feo, Leonardo Leo, Leonardo Vinci e Nicola Porpora.
La loro produzione contribuì alla trasformazione del linguaggio musicale europeo.
Rispetto alla complessità del contrappunto di tradizione più antica, si affermò progressivamente una maggiore attenzione alla chiarezza melodica, alla cantabilità, all’equilibrio formale e alla comprensibilità del testo.
La voce acquistò un’importanza centrale e l’arte del canto raggiunse livelli di virtuosismo straordinari.
Questa evoluzione contribuì alla definizione di un linguaggio destinato a influenzare profondamente l’opera italiana e, attraverso la circolazione dei musicisti, anche la musica europea del Settecento.
La grande innovazione della scuola napoletana fu dunque anche pedagogica: non si limitò a produrre composizioni, ma costruì un metodo di formazione capace di generare musicisti professionalmente preparati e facilmente inseribili nei circuiti internazionali.
3. IL CLAVICEMBALO E LA CULTURA MUSICALE BAROCCA
All’interno di questo universo musicale un ruolo fondamentale fu svolto dagli strumenti a tastiera, e in particolare dal clavicembalo.
Nella musica barocca il clavicembalo non era soltanto uno strumento solistico. Esso rappresentava uno degli strumenti fondamentali per la realizzazione del basso continuo, elemento strutturale della pratica musicale dell’epoca.
Lo studio del clavicembalo implicava pertanto una conoscenza profonda dell’armonia, del basso continuo e delle strutture musicali.
Per questo motivo la sua riscoperta contemporanea possiede un valore che va oltre la semplice valorizzazione di uno strumento antico.
Studiare il clavicembalo significa entrare concretamente nella logica musicale del Barocco, comprenderne le forme e restituire alla musica una dimensione esecutiva che non può essere ricostruita esclusivamente attraverso la lettura delle partiture.
È particolarmente significativo, in questa prospettiva, che una giovane polistrumentista di Lucera, Greta Notarangelo, recentemente diplomatasi in clavicembalo presso il Conservatorio di Musica “Umberto Giordano” di Foggia, abbia scelto proprio questo percorso di specializzazione.
La sua esperienza rappresenta un esempio contemporaneo della possibilità di mantenere viva la pratica della musica antica nel territorio.
Non è necessario stabilire una continuità storica diretta e ininterrotta tra i conservatori napoletani del Settecento e la formazione musicale odierna. È sufficiente riconoscere un elemento culturale fondamentale: quel patrimonio continua a essere studiato, interpretato e trasmesso attraverso nuove generazioni di musicisti.
In questa prospettiva, il rapporto Napoli-Foggia-Lucera diventa particolarmente suggestivo.
La tradizione musicale meridionale non rimane confinata negli archivi: attraverso lo studio degli strumenti antichi e dei repertori storici, torna a essere esperienza viva.
4. OPERA SERIA E OPERA BUFFA
Uno dei più importanti risultati della tradizione napoletana fu lo sviluppo dell’opera nelle sue diverse forme. Nel Settecento si consolidò la struttura dell’opera seria, fondata principalmente sull’alternanza tra recitativo e aria.
Il recitativo aveva soprattutto funzione narrativa e permetteva lo sviluppo dell’azione drammatica; l’aria rappresentava invece il momento di massima espressione musicale del personaggio. Il cantante diventava così protagonista assoluto dello spettacolo.
Parallelamente, Napoli fu uno dei centri fondamentali per lo sviluppo dell’opera buffa, caratterizzata da situazioni comiche, personaggi quotidiani e una maggiore attenzione alla dimensione sociale.
Un’opera divenuta simbolica di questa trasformazione fu La serva padrona di Giovanni Battista Pergolesi, rappresentata nel 1733.
Il successo del genere italiano superò rapidamente i confini della penisola e contribuì alla nascita in Francia della celebre Querelle des Bouffons, il dibattito che oppose sostenitori della tradizione operistica francese e sostenitori dell’opera italiana.
La vicenda dimostra quanto il nuovo linguaggio musicale italiano fosse diventato importante nel dibattito culturale europeo.
5. IL FENOMENO DEI CASTRATI
Un capitolo particolarmente significativo della cultura musicale napoletana è quello dei cantanti castrati. La castrazione prima della pubertà veniva praticata allo scopo di preservare una voce acuta che, unita allo sviluppo fisico dell’età adulta, poteva raggiungere caratteristiche vocali eccezionali.
I conservatori napoletani divennero tra i principali luoghi di formazione di questi cantanti. Tra i nomi più celebri si ricordano Farinelli, al secolo Carlo Broschi, e Caffarelli, al secolo Gaetano Majorano.
Farinelli raggiunse una fama internazionale straordinaria e fu chiamato presso importanti corti europee.
Il fenomeno dei castrati testimonia l’altissimo livello tecnico raggiunto dalla scuola napoletana, ma rappresenta anche una delle realtà più controverse della storia musicale europea.
Dietro il virtuosismo e la fama internazionale vi erano infatti pratiche legate alla povertà, alle aspettative familiari, al mercato dello spettacolo e alla ricerca di una particolare vocalità.
La loro storia deve quindi essere compresa nel complesso contesto sociale dell’epoca.
6. IL TEATRO DI SAN CARLO: MUSICA E POTERE
Se i conservatori rappresentavano il luogo della formazione, il Teatro di San Carlo divenne il grande spazio della rappresentazione pubblica della musica.
Fondato nel 1737 per iniziativa di Carlo di Borbone, il teatro si impose rapidamente come uno dei principali luoghi dello spettacolo operistico europeo.
Il teatro non era soltanto uno spazio di intrattenimento. Era anche uno strumento di rappresentazione del potere politico, del prestigio della monarchia e della ricchezza della città.
La macchina teatrale coinvolgeva compositori, librettisti, cantanti, orchestrali, scenografi, costumisti e tecnici. Si formava così un vero sistema produttivo nel quale la musica diventava parte integrante della vita culturale e politica. Il San Carlo contribuì in maniera decisiva a consolidare Napoli come uno dei grandi centri europei dell’opera. Ma la presenza della musica e del teatro non si limitava alla capitale.
La cultura dello spettacolo si diffuse progressivamente anche nei centri del territorio, attraverso una rete di teatri e compagnie che consentiva la circolazione di opere, cantanti e repertori.
Ed è proprio in questo contesto che assume particolare interesse la vicenda di Lucera.
7. LUCERA E LA CIRCOLAZIONE DELLA GRANDE MUSICA NELL’OTTOCENTO
La vitalità musicale del Mezzogiorno non rimase confinata ai grandi centri.
Nel corso dell’Ottocento, la diffusione dell’opera italiana raggiunse una rete sempre più ampia di città, nelle quali sorsero o vennero sviluppati teatri destinati a diventare importanti luoghi di aggregazione culturale.
Lucera partecipò a questo processo.
La città disponeva già nella prima metà dell’Ottocento del Real Teatro Maria Teresa Isabella, inaugurato nel 1838 e destinato a rappresentare uno dei principali luoghi della vita culturale cittadina.
La presenza del teatro dimostra la volontà di inserire Lucera nei circuiti culturali del proprio tempo.
Ma ancora più significativa è la documentazione relativa agli artisti che vi si esibirono.
Le delibere dell’Università di Lucera conservano infatti la testimonianza della presenza in città, intorno alla metà dell’Ottocento, di Cesare Tonini Bossi (Fano, 1829-1880), noto basso e cantante lirico, che ebbe modo di esibirsi nel Real Teatro Maria Teresa Isabella.
Il dato è di particolare interesse perché proviene da una documentazione istituzionale contemporanea agli avvenimenti.
La presenza di Bossi permette quindi di collocare Lucera all’interno della più ampia rete di circolazione degli interpreti dell’opera italiana.
Cesare Bossi apparteneva alla generazione di cantanti che animò la grande stagione dell’opera italiana ottocentesca. La sua presenza a Lucera testimonia concretamente come anche un teatro di provincia potesse entrare in relazione con la scena lirica nazionale.
Il Real Teatro Maria Teresa Isabella non rappresentava dunque semplicemente un luogo destinato allo svago.
Era uno spazio di incontro fra la città e la cultura del proprio tempo, nel quale potevano circolare spettacoli, interpreti, repertori e modelli culturali provenienti da un’area geografica molto più vasta.
La documentazione su Bossi consente pertanto di attribuire alla storia musicale lucerina una dimensione che va oltre il semplice ambito locale.
Lucera partecipava alla circolazione della cultura operistica ottocentesca.
Questo episodio diventa ancora più significativo se inserito nella prospettiva più ampia della tradizione meridionale. Napoli aveva creato nel Seicento e nel Settecento un sistema di formazione e produzione musicale capace di proiettarsi in tutta Europa. Nell’Ottocento, quella cultura musicale continuava a circolare attraverso teatri, compagnie, cantanti e repertori, raggiungendo anche città come Lucera.
Si può così leggere la storia musicale del Mezzogiorno come una rete nella quale i grandi centri e le realtà locali non erano separati, ma collegati dalla circolazione degli artisti e della musica.
8. COMMITTENZA RELIGIOSA E CIVILE
La straordinaria produzione musicale napoletana non sarebbe stata possibile senza una complessa rete di committenze pubbliche, religiose e private.
La musica accompagnava la liturgia, le feste religiose, le celebrazioni pubbliche, le cerimonie di corte e gli spettacoli teatrali. Chiese e confraternite costituivano importanti committenti e offrivano ai musicisti occasioni di lavoro e formazione. Parallelamente, la corte e l’aristocrazia utilizzavano la musica come strumento di rappresentazione sociale e politica.
Questa molteplicità di occasioni contribuì alla nascita di un vero mercato professionale della musica. Il musicista poteva essere contemporaneamente compositore, insegnante, direttore, strumentista, cantante e autore. La professionalizzazione rappresentò uno degli elementi più moderni del sistema napoletano.
9. NAPOLI E L’EUROPA
Uno degli aspetti più importanti della scuola napoletana fu la sua capacità di esportare musicisti e modelli culturali. Gli allievi dei conservatori raggiunsero numerose città italiane ed europee. La loro mobilità favorì la diffusione di tecniche compositive, metodi didattici e modelli teatrali. Il linguaggio napoletano divenne così parte integrante della cultura musicale europea del Settecento.
Napoli non era semplicemente una città nella quale si produceva musica per il proprio pubblico. Era una città che formava professionisti destinati a portare quella esperienza nel resto d’Europa.
È proprio questa dimensione internazionale a spiegare la straordinaria influenza della scuola musicale napoletana. Il suo successo fu determinato non soltanto dalla qualità dei compositori, ma dalla capacità di costruire un sistema culturale capace di formare, produrre e diffondere musica.
10. UNA TRADIZIONE CHE CONTINUA: DALLA NAPOLI BAROCCA ALLA LUCERA CONTEMPORANEA
A questo punto la storia può essere riportata al presente.
La tradizione musicale non vive soltanto negli archivi e nei libri. Vive soprattutto quando qualcuno torna a studiare, suonare e ascoltare quelle musiche.
È in questa prospettiva che assume un significato particolare la presenza, oggi a Lucera, di una giovane polistrumentista recentemente diplomatasi in clavicembalo presso il Conservatorio di Musica “Umberto Giordano” di Foggia.
Il suo percorso rappresenta una testimonianza concreta della vitalità della formazione musicale nel territorio.
Il clavicembalo, strumento intimamente legato alla cultura barocca e alla pratica del basso continuo, diventa così un elemento attraverso il quale il passato può tornare a dialogare con il presente.
Non si tratta di conservare la musica antica come un reperto museale, ma di restituirle una voce contemporanea.
Il percorso della giovane musicista lucerina assume quindi un significato che va oltre la sua esperienza personale. Rappresenta un ponte ideale tra la tradizione musicale storica del Mezzogiorno e la formazione musicale contemporanea della Capitanata.
E qui il percorso storico acquista una particolare suggestione.
Nel Settecento Napoli formava musicisti destinati a diffondere la propria arte in Europa. Nell’Ottocento Lucera accoglieva nel proprio teatro interpreti della scena lirica nazionale, come testimonia la documentazione relativa a Cesare Bossi.
Oggi Greta Notarangelo, giovane musicista di Lucera, si è formata professionalmente nello studio del clavicembalo presso il Conservatorio di Foggia.
Sono epoche, contesti e protagonisti diversi, ma il filo culturale è riconoscibile: la musica continua a essere studiata, praticata e trasmessa nel Mezzogiorno.
La tradizione, dunque, non deve essere intesa come qualcosa di immobile. La tradizione è ciò che il presente sceglie di conoscere, reinterpretare e trasmettere.
Ed è proprio questa capacità di rinnovarsi che permette alla grande eredità musicale meridionale di continuare a vivere.
CONCLUSIONE
La vicenda della Napoli musicale tra Seicento e Settecento rappresenta uno dei casi più significativi di costruzione di un sistema culturale europeo.
Conservatori, compositori, cantanti, strumentisti, teatri, chiese, confraternite e committenti contribuirono insieme alla nascita di un modello musicale straordinariamente produttivo.
Napoli non fu soltanto una città nella quale si componeva e si rappresentava musica: fu un luogo nel quale si formavano professionalmente i protagonisti della musica europea.
Il sistema dei conservatori, la nascita della scuola musicale napoletana, lo sviluppo dell’opera seria e dell’opera buffa, il fenomeno dei castrati e la centralità del Teatro di San Carlo contribuirono a trasformare la città in uno dei principali laboratori della modernità musicale.
La sua influenza si estese ben oltre i confini del Regno. La musica napoletana viaggiò attraverso i suoi interpreti e compositori, raggiungendo le principali capitali europee.
Ma la storia della musica non è fatta soltanto di grandi capitali. È fatta anche di teatri, città e comunità che hanno accolto e trasmesso quella cultura.
La documentazione conservata nelle delibere dell’Università di Lucera, relativa alla presenza di Cesare Tonini Bossi nel Real Teatro Maria Teresa Isabella, permette di restituire alla città un posto concreto nella geografia musicale dell’Ottocento.
Lucera non fu quindi estranea alla grande stagione dell’opera italiana: fu uno dei luoghi nei quali quella cultura arrivò, venne rappresentata e incontrò il pubblico.
E oggi la presenza di una giovane polistrumentista lucerina, Greta Notarangelo, diplomatasi in clavicembalo al Conservatorio di Foggia, offre una suggestiva testimonianza della possibilità che questa storia continui.
Dalla Napoli dei conservatori alla Lucera del Real Teatro Maria Teresa Isabella, fino alla Capitanata musicale contemporanea, emerge una lunga storia fatta di formazione, spettacolo, circolazione degli artisti e trasmissione del sapere musicale.
Non si tratta di sostenere una continuità storica automatica o ininterrotta. Si tratta piuttosto di riconoscere una persistenza culturale: il Mezzogiorno continua a produrre, custodire e trasmettere cultura musicale.
Per questo Napoli può essere considerata uno dei grandi laboratori europei della modernità musicale.
E la storia di Lucera dimostra che quella modernità non rimase confinata alle grandi capitali. Attraversò i territori, raggiunse i teatri delle città, incontrò nuovi pubblici e, attraverso le generazioni, continua ancora oggi a trovare nuovi interpreti.
NOTE
- L’attribuzione a Montesquieu della frase «Napoli è la capitale della musica» è tradizionale nella letteratura relativa ai viaggiatori europei del Settecento.
- Cfr. Francesco Degrada, La scuola musicale napoletana, Torino, EDT, 1991.
- Cfr. Daniel Heartz, Music in European Capitals: The Galant Style, 1720–1780, New York, W. W. Norton, 2003.
- Cfr. Michael F. Robinson, Opera and Enlightenment: The Encyclopedists and the Operatic Reform, Oxford, Oxford University Press, 1995.
- Cfr. Charles Burney, The Present State of Music in France and Italy, London, 1771.
- Cfr. Lorenzo Bianconi, Il teatro d’opera in Italia, Bologna, Il Mulino, 1987.
- Per la storia del Real Teatro Maria Teresa Isabella di Lucera e della sua inaugurazione nel 1838, si veda la relativa documentazione storico-artistica conservata negli archivi e nelle banche dati del patrimonio culturale.
- Archivio storico dell’Università di Lucera, Deliberazioni dell’Università di Lucera, documentazione relativa alla presenza e all’esibizione di Cesare Tonini Bossi presso il Real Teatro Maria Teresa Isabella.
- Cesare Tonini Bossi (Fano, 1829-1880), basso e cantante lirico, appartenne alla generazione di interpreti dell’opera italiana attiva nella seconda metà dell’Ottocento.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- BIANCONI, Lorenzo, Il teatro d’opera in Italia, Bologna, Il Mulino, 1987.
- BURNEY, Charles, The Present State of Music in France and Italy, London, 1771.
- DEGRADA, Francesco, La scuola musicale napoletana, Torino, EDT, 1991.
- HEARTZ, Daniel, Music in European Capitals: The Galant Style, 1720–1780, New York, W. W. Norton, 2003.
- ROBINSON, Michael F., Opera and Enlightenment: The Encyclopedists and the Operatic Reform, Oxford, Oxford University Press, 1995.
- • ARCHIVIO STORICO DELL’UNIVERSITÀ DI LUCERA, Deliberazioni dell’Università di Lucera, documentazione relativa al Real Teatro Maria Teresa Isabella e alla presenza di Cesare Tonini Bossi.
Eduardo Gemminnii
