Un'opera egizia di quattromila anni fa offre una straordinaria chiave di lettura per riflettere sulle questioni etiche attuali.
Stiamo parlando del “Racconto dell'Oasita Eloquente” (noto anche come “Il contadino eloquente”), il più antico testo scritto della storia dell'umanità a teorizzare la “Regola d'Oro” della reciprocità: “Fai per colui che fa per te, affinché egli faccia lo stesso”.
A quattromila anni di distanza, le nove orazioni pronunciate dall'umile contadino Khun-Anup contro un funzionario corrotto, che lo aveva privato dei suoi unici beni, non sono un fossile archeologico ma sembrano scritte oggi, pensate per fotografare le ferite profonde della società contemporanea.
Nella parabola egizia, il contadino viene raggirato da Nemtynakht, un uomo di potere che usa la legge come un'arma per schiacciare i deboli. Nemtynakht tende un tranello al contadino mettendo un pezzo di stoffa sul sentiero stretto e costringendo il viaggiatore a sfiorare il suo orzo così da appropriarsi ingiustamente dei suoi asini e delle provviste.
Il contadino Khun-Anup non si arrende. Non risponde con la violenza ma con la forza potente della parola. Si presenta davanti al Gran Magistrato e, anziché implorare pietà, esige giustizia in nome della Ma'at (la verità e l'ordine sociale).
È un richiamo forte per la società contemporanea, dove la sfiducia nelle istituzioni rischia di scivolare nella rabbia sociale.
Il passaggio più attuale delle orazioni del contadino è il suo durissimo atto d'accusa contro l'esitazione dei giudici. Khun-Anup grida una verità senza tempo:
“Non punire il giusto è come commettere un crimine. L'indifferenza distrugge lo Stato”
Nel nostro Paese, la cronaca recente ci mette continuamente di fronte al dramma degli “spettatori”. Lo vediamo nei casi di bullismo tra i giovani filmati con lo smartphone anziché interrotti, negli episodi di violenza di genere consumati tra le mura di condomini in cui “nessuno ha sentito niente”, o nella rassegnazione collettiva davanti alla corruzione derubricata a male inevitabile. Il testo egizio ci ricorda che chi assiste a un sopruso e non agisce, pur avendone il potere o il dovere civico, è moralmente complice.
L'omissione etica è il vero tarlo che consuma la società moderna.
C'è infine una lezione strutturale nel modo in cui l'antico papiro formula la reciprocità. Mentre gran parte del pensiero filosofico successivo si è limitato alla forma negativa ("non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te"), Khun-Anup sceglie la via positiva: "Fai per colui che fa per te". La giustizia richiede un'azione attiva, un passo verso l'altro.
La “via positiva” egizia offre un modello alternativo. Ci dice che la coesione sociale non si costruisce semplicemente evitando di danneggiarsi, ma attivando pratiche concrete di solidarietà e rispetto della dignità altrui.
Il racconto si conclude con il trionfo del contadino: il Faraone fa sequestrare i beni del funzionario corrotto per donarli alla vittima. Non è un semplice “lieto fine”, ma l'affermazione che le istituzioni hanno il compito etico di proteggere i soggetti vulnerabili per rimanere legittime.
Rileggere oggi “Il racconto dell'Oasita Eloquente” non è un esercizio di erudizione. È un promemoria per la politica, la magistratura e la società civile. Ci ricorda che la ricerca della giustizia è un dovere ancestrale. E che, se un umile contadino di quattromila anni fa ha trovato la forza di sfidare il potere, armato solo della propria voce e della propria dignità, non si possono accampare scuse per voltarsi dall’altra parte.
Marco Pagliara
