loader

James Senese: il suono della diaspora, dal cuore di Napoli

Il 29 ottobre 2025 ci lasciava James Senese.

E forse, a un anno dalla sua scomparsa, la cosa più difficile non è ricordarlo, ma capire da dove cominciare.

Da Napoli? Dal jazz? Dal sassofono? Dal gruppo Napoli Centrale? Da quella voce ruvida, inconfondibile, che sembrava arrivare da un luogo molto più lontano della città che pure aveva scelto come casa?

Forse bisogna cominciare dall'Africa.

Non perché James Senese fosse semplicemente un musicista nero che suonava jazz a Napoli. Sarebbe una definizione troppo semplice per una figura tanto complessa. Bisogna cominciare dall'Africa perché nella sua storia personale, nel suo corpo, nella sua musica e nella sua identità si incontrano traiettorie che attraversano l'Atlantico, l'America, l'Europa e il Mediterraneo.

Senese è stato, prima ancora che un musicista, il prodotto di un attraversamento.

Nato a Napoli il 6 gennaio 1945 da madre napoletana e padre afroamericano, James cresce a Miano, in un'Italia ancora segnata dalla guerra e dalle sue profonde ferite sociali. La sua esperienza dell'infanzia è segnata anche dalla discriminazione razziale e dalla marginalità, elementi che avrebbero lasciato una traccia profonda nella sua poetica.

Essere nero a Napoli, nell'Italia del dopoguerra, significava occupare uno spazio identitario difficile da definire.

Significava essere contemporaneamente dentro e fuori, appartenere a una comunità e sentirsi diverso, essere napoletano e portare addosso una storia che veniva da oltre oceano.

Senese stesso, molti anni dopo, avrebbe raccontato questa doppia appartenenza attraverso una frase di straordinaria semplicità: «Una parte aggia suonà Napoli e l'altra parte aggia suonà l'America».

Forse è proprio qui che comincia il viaggio.

LA BLACK ATLANTIC

La figura di Senese può essere riletta attraverso il concetto di Black Atlantic elaborato da Paul Gilroy: uno spazio culturale nel quale Africa, America ed Europa non costituiscono mondi separati, ma luoghi attraversati da continui scambi di persone, musiche, idee, memorie e identità.

La diaspora africana non è soltanto una storia di migrazioni forzate. È anche una storia di suoni, linguaggi, memorie e contaminazioni. La musica diventa uno dei luoghi privilegiati nei quali queste esperienze possono incontrarsi, trasformarsi e sopravvivere. Se guardiamo James Senese da questa prospettiva, Napoli smette di essere semplicemente il luogo in cui è nato un grande sassofonista italiano.

Diventa un'altra sponda della diaspora.

Un porto del Mediterraneo nel quale le sonorità afroamericane incontrano il jazz, il funk, il rhythm & blues e la tradizione partenopea. Ed è da questo incontro che nasce qualcosa di irriducibilmente suo.

IL SAX COME VOCE

Il sassofono di Senese non è mai stato soltanto uno strumento. È stato una voce. Una voce che non aveva bisogno di spiegare tutto. Una voce che poteva essere aspra, malinconica, rabbiosa, dolce, sporca. Una voce che sembrava parlare prima ancora delle parole. Non è un caso che la sua formazione musicale sia passata attraverso il soul e il rhythm & blues degli artisti afroamericani, prima con gli Showmen e poi attraverso l'esperienza di Napoli Centrale. Gli Showmen contribuirono infatti a portare nel panorama italiano le sonorità di Otis Redding, James Brown e Marvin Gaye.

Ma Senese non si limitò a importare un linguaggio. Lo trasformò. Lo portò dentro Napoli. Lo fece parlare in napoletano. Lo fece respirare attraverso la realtà delle periferie.

Ed è qui che il suo percorso può essere messo in relazione, sul piano culturale e non necessariamente su quello di una diretta influenza, con quello di John Coltrane.

Coltrane aveva trasformato il sassofono in uno strumento di ricerca interiore e spirituale. Senese ne fece una voce profondamente fisica e urbana. Coltrane cercava nel suono una forma di trascendenza. Senese cercava nel suono una forma di verità. E quella verità passava attraverso Napoli.

LA MUSICA DEGLI ESCLUSI

C'è poi Archie Shepp.

Con Shepp il jazz diventa apertamente coscienza politica, voce della comunità afroamericana, denuncia dell'oppressione e del razzismo. Senese percorre una strada differente. Non costruisce la propria musica come un manifesto politico nel senso stretto del termine. La sua protesta è spesso più quotidiana. È nella periferia. È nel dialetto. È nel racconto degli ultimi. È nel rifiuto di separare la musica dalla vita.

Il suo linguaggio nasce dall'incontro tra jazz-rock, funk e tradizione partenopea, mentre i testi dei Napoli Centrale affrontano in dialetto napoletano temi sociali concreti. Treccani identifica proprio in questa fusione uno degli elementi fondamentali del suo contributo al cosiddetto Neapolitan Power.

Senese non ha avuto bisogno di proclamare continuamente la propria identità.

L'ha suonata.

FELA KUTI E LA VOCE DELL'AFRICA

E poi c'è Fela Kuti.

Due musicisti lontanissimi per storia, geografia e linguaggio musicale e, allo stesso tempo, sorprendentemente vicini nella capacità di trasformare la musica in una forma di identità e resistenza.

Fela costruisce l'afrobeat e ne fa uno strumento di denuncia contro il potere, la corruzione, il colonialismo e le dittature militari.

Senese percorre un'altra strada. Fela guarda all'Africa da Lagos. Senese guarda all'Africa dalla sua Napoli. Fela costruisce una visione panafricana. Senese costruisce un'identità meticcia, napoletana e afroamericana, mediterranea e atlantica.

Non sono la stessa cosa. Ed è proprio per questo che il confronto è interessante. Non si tratta di cercare una filiazione musicale diretta tra i due, ma di riconoscere una comune idea della musica come spazio nel quale identità, memoria e conflitto sociale possono trovare una forma.

La musica non serve semplicemente a raccontare il mondo. Serve a prendere posizione dentro il mondo.

MIRIAM MAKEBA E IL DIRITTO ALLA PROPRIA VOCE

Anche Miriam Makeba può entrare in questo racconto.

La sua voce porta con sé l'Africa, l'esilio, la memoria e la lotta contro l'apartheid. La sua esperienza dimostra come una lingua, un canto, un accento possano diventare strumenti di resistenza e di affermazione identitaria.

Senese fa qualcosa di diverso, ma non completamente distante. Sceglie Napoli. Sceglie il dialetto. Sceglie una musica che non nasconde le proprie origini popolari. Il napoletano, nella sua musica, non è folklore. È appartenenza. È il linguaggio attraverso il quale una città può raccontare se stessa senza tradursi. E così il suono di Senese diventa capace di tenere insieme identità che normalmente vengono considerate separate: nero e napoletano, americano e italiano, Africa e Mediterraneo. Senza doverne cancellare nessuna.

NAPOLI COME SPAZIO DELLA DIASPORA

È forse questa la cosa che oggi possiamo comprendere meglio. James Senese ci obbliga a ripensare la geografia della Black Music.

La Black Music non appartiene soltanto agli Stati Uniti. Non appartiene soltanto all'Africa. La sua storia attraversa l'oceano. Attraversa l'Europa. E arriva anche a Napoli. Arriva nei suoi quartieri, nei suoi dialetti, nelle sue contraddizioni. Arriva a Miano. Arriva a Piscinola. Arriva nei luoghi in cui Senese ha vissuto e costruito la propria identità. E incontra il jazz, il blues, il funk, il rhythm & blues e la musica popolare napoletana.

Con i Napoli Centrale, a partire dagli anni Settanta, Senese costruisce un linguaggio originale, nel quale le sonorità jazz-rock e funk si fondono con la tradizione partenopea e con testi socialmente impegnati.

Non è semplicemente fusione. È qualcosa di più profondo. È trasformazione.

MIANO, IL BRONX E IL MEDITERRANEO

C'è una frase ricordata dal Club Tenco e riportata da ANSA che, forse, racconta James Senese meglio di molte pagine: «Con le scarpe stavamo a Miano, a Piscinola, ma la testa stava nel Bronx».

È difficile immaginare una definizione più precisa della sua musica. I piedi a Napoli. La testa in America. E in mezzo, un sassofono. Quel sassofono è diventato il luogo nel quale le due dimensioni potevano finalmente incontrarsi. Senese non doveva scegliere. Non doveva essere soltanto americano. Non doveva essere soltanto napoletano. Poteva essere entrambe le cose.

E proprio questa impossibilità di essere ricondotto a una sola appartenenza è diventata la sua forza artistica.

NON UN'ECCEZIONE, MA UN NODO DELLA RETE

Per questo forse dovremmo smettere di raccontare James Senese soltanto come una straordinaria eccezione del jazz italiano.

Senese è certamente un musicista napoletano. È certamente un protagonista della storia della musica italiana. È uno dei padri del Neapolitan Power. Ma è anche qualcosa di più. È una figura della diaspora nera nel Mediterraneo. Un punto d'incontro tra mondi che la storia della musica tende spesso a raccontare separatamente.

Coltrane.
Shepp.
Makeba.
Fela.

E, dall'altra parte del Mediterraneo, James Senese.

Non necessariamente legati da rapporti diretti di influenza. Piuttosto, leggibili all'interno di una più ampia storia della Black Music come linguaggio diasporico: una storia fatta di attraversamenti, contaminazioni, resistenze e identità che non accettano di essere rinchiuse dentro un solo confine. In questo senso Senese non è una nota a margine della storia della Black Music. È una delle sue voci mediterranee.

IL SUONO CHE RIMANE

E allora, a un anno dalla sua morte, forse il modo migliore per ricordare James Senese non è dire semplicemente che ci ha lasciato.

È ascoltare ciò che è rimasto. È ascoltare quel sax. Quel suono che poteva essere rabbia e malinconia, orgoglio e solitudine. Quel suono che raccontava una città senza mai ridurla a cartolina. Quel suono che poteva stare dentro il jazz, nel funk, nel soul, nel rock, nella musica napoletana, e contemporaneamente rifiutare di appartenere completamente a uno solo di questi mondi. Perché James Senese non ha semplicemente suonato Napoli. Ha trasformato Napoli in un luogo d'ascolto della diaspora. Ha dimostrato che la Black Music può avere una voce mediterranea. Che un sassofono nato dall'incontro fra esperienze lontane può diventare la voce di una città. E che l'identità, forse, non è qualcosa che dobbiamo scegliere. È qualcosa che impariamo a suonare.

James Senese quel viaggio lo ha fatto senza mai smettere di essere James. Con i piedi a Miano. Con la memoria rivolta oltre l'oceano. Con il cuore a Napoli. E con il sax ancora capace di parlare. Per questo, a un anno dalla sua scomparsa, non è davvero il silenzio che dobbiamo ascoltare. È il suono che è rimasto.

E quel suono, ancora oggi, viene da Napoli.

Eduardo Gemminni

Video in Primo Piano

Meteo

Le previsioni del Frizzo

PREVISIONI - LUCERA