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Lucera. Toponomastica, il filo della memoria

l “Saracino” di Lucera: un nome, le vigne, Porta Troia e un paesaggio quasi scomparso. Dal Codice diplomatico dei Saraceni di Lucera di Pietro Egidi all’atto notarile del 1586: “Saracino”, Porta Troia e la via di Troia emergono in una continuità toponomastica che attraversa i secoli. Oggi quei terreni sono profondamente trasformati e la domanda diventa inevitabile: quanto di questa memoria siamo ancora in tempo per salvare?

Ci sono luoghi che non hanno bisogno di un monumento per raccontare la propria storia. A volte è sufficiente un nome.

Un nome rimasto attaccato alla terra, sopravvissuto agli uomini, alle proprietà, alle trasformazioni urbanistiche e persino alla scomparsa del paesaggio che lo aveva generato.

A Lucera, uno di questi nomi è “Saracino”.

E quando quel nome viene cercato nei documenti, emerge una traccia che merita di essere seguita con attenzione: una continuità toponomastica che attraversa secoli di storia, collegando la Lucera della presenza saracena a quella dei secoli successivi.

Non siamo davanti a una leggenda costruita a posteriori. Siamo davanti a documenti che parlano di case, terre, orti, vigne e confini, consegnandoci riferimenti geografici concreti.

Nel Codice diplomatico dei Saraceni di Lucera di Pietro Egidi, nella documentazione relativa alla distribuzione delle abitazioni e dei terreni, compare la formula “domos ad abitatandum ac terras ad vineas et ortos distribueret”, riferita alle case da abitare e alle terre da destinare a vigne e orti.

Poi arriva un'indicazione particolarmente importante per chi oggi cerca di ricostruire la geografia storica della città: “item in porta Troye ortus unus qui fuit dicti Adelasis, et alius ortum Musaguti Barabundarii, cum aliis ortis et terris convicinis”.

Un orto presso Porta Troia, appartenuto ad Adelasis; un altro orto appartenuto a Musaguti Barabundarii, insieme ad altri orti e terreni confinanti.

Dietro quelle parole, apparentemente fredde e burocratiche, compare improvvisamente un paesaggio. Ci sono orti, terre coltivate, proprietà confinanti e Porta Troia come preciso riferimento territoriale.

Non è soltanto un elenco di proprietà. È una rappresentazione scritta di una parte del territorio di Lucera, restituita attraverso i nomi dei proprietari e la destinazione dei terreni.

Ma la storia diventa ancora più interessante quando si compie un salto di secoli.

È il 1586.

Un atto notarile cittadino torna infatti a registrare terreni nella zona e, nella trascrizione fornita, indica che Achille Francesco Pagano e Matteri Pagano possedevano una vigna nel territorio di Lucera “al Saracino”, composta da ventiquattro vigne con una casa.

Il documento aggiunge un altro riferimento geografico estremamente significativo: nella divisione della proprietà, la parte spettante a Francesco, pari a dodici vigne, viene individuata “verso la via di Troia”.

Ed è qui che il filo della memoria diventa particolarmente significativo.

Da una parte, la documentazione del 1301 registra, nell'area riferita a Porta Troia, orti e terreni appartenuti a membri della comunità saracena di Lucera.

Dall'altra, quasi tre secoli dopo, un documento notarile torna a indicare una proprietà “al Saracino”, costituita da vigne e una casa, collocandone una parte “verso la via di Troia”.

I documenti parlano con chiarezza.

Quello che emerge dall'incrocio delle due testimonianze è una precisa continuità territoriale e toponomastica: nel 1301, presso Porta Troia, sono documentati orti e terreni appartenuti a saraceni; nel 1586, nella stessa area territoriale, compare nuovamente il riferimento “al Saracino”, con vigne, una casa e il richiamo alla “via di Troia”.

Non è dunque soltanto la persistenza di un nome a emergere: è la continuità di un luogo, riconoscibile attraverso i riferimenti territoriali che i documenti ci hanno conservato.

Il “Saracino” del 1586 si inserisce così in una geografia già documentata secoli prima, nella quale Porta Troia, gli orti e le terre dei saraceni costituiscono riferimenti concreti.

È proprio questa convergenza documentaria a dare forza alla ricostruzione e a restituire alla toponomastica il suo valore di testimonianza storica del territorio. È questa persistenza dei riferimenti a rendere significativa la continuità toponomastica.

Il “Saracino” non appare come un nome isolato: è inserito in una precisa trama geografica. La toponomastica è uno degli archivi più resistenti che possediamo. Gli edifici scompaiono. Le proprietà cambiano. Le strade vengono modificate. I terreni vengono accorpati, rialzati, divisi e trasformati. Ma un nome può continuare a vivere. Può passare da una generazione all'altra, sopravvivere nella memoria degli abitanti e riemergere nei documenti. E quando un toponimo compare in epoche diverse, associato a riferimenti territoriali che riconducono alla stessa area, diventa una traccia che non dovrebbe essere ignorata.

La domanda, allora, non è soltanto cosa ci fosse nel Saracino secoli fa. La domanda più urgente è: quanto di quel paesaggio è ancora leggibile oggi? Perché il territorio sotto Porta Troia non è rimasto immobile. Nel corso del tempo ha subito profonde trasformazioni. Una parte di quei terreni sarebbe stata interessata da riporti e accavallamenti di terra legati alla realizzazione del tratto ferroviario che conduceva verso Porta Troia, infrastruttura oggi dismessa.

La modernità ha dunque modificato la morfologia del luogo. E, successivamente, altre trasformazioni e costruzioni hanno contribuito a rendere sempre più difficile riconoscere il paesaggio originario.

È un processo che spesso passa inosservato.

Un terreno viene rialzato. Un confine scompare. Una strada cambia. Un'area viene edificata. Un vecchio riferimento geografico perde progressivamente il proprio significato.

Presi singolarmente, possono sembrare semplici episodi di trasformazione urbana. Ma sommati nel tempo possono produrre un risultato irreversibile: la cancellazione del paesaggio storico.

Ed è qui che la vicenda del Saracino smette di essere soltanto una curiosità per gli appassionati di storia locale. Diventa una questione di memoria e tutela. Perché siamo abituati a considerare patrimonio storico soprattutto ciò che possiede mura, pietre, archi, torri o monumenti.

Ma la storia di una città non vive soltanto nei suoi monumenti. Vive anche nei terreni, nei vecchi percorsi, nei confini, nei nomi e nelle coltivazioni.

La documentazione relativa alla Lucera saracena ci restituisce proprio questa dimensione quotidiana: case, orti, vigne e terre. Sono elementi apparentemente semplici, ma fondamentali per comprendere come fosse organizzato il territorio. Ed è proprio l'incrocio delle testimonianze a rendere oggi particolarmente interessante questa porzione di Lucera: il documento del 1301, con i nomi dei saraceni ai quali risultano appartenuti orti e terreni presso Porta Troia; l'atto notarile del 1586, nel quale ricompare il toponimo “al Saracino”, associato a vigne e a una casa, con riferimento alla “via di Troia”; e, infine, la fotografia aerea del 30 settembre 1943, che permette di osservare dall'alto quella stessa porzione di territorio prima delle trasformazioni più recenti.

Tre testimonianze lontane nel tempo, ma unite da un medesimo filo territoriale.

Il documento, l'atto notarile e l'immagine fotografica raccontano, ciascuno con il proprio linguaggio, la storia di una porzione di Lucera nella quale il nome “Saracino” e i riferimenti a Porta Troia e alla via di Troia costituiscono una traccia di straordinaria importanza.

Non per costruire una leggenda. Ma per seguire una traccia.

Perché è proprio quando documenti appartenenti a epoche diverse tornano a indicare lo stesso orizzonte territoriale che la toponomastica acquista il valore di una vera chiave di lettura del paesaggio storico.

E qui la fotografia aerea assume un valore particolare.

L'immagine del 30 settembre 1943, scattata durante la Seconda guerra mondiale dall'USAAF, mostra dall'alto Lucera e il territorio sottostante Porta Troia, restituendo una porzione di paesaggio ancora leggibile prima delle trasformazioni che ne avrebbero modificato profondamente l'aspetto.

Dopo il documento del 1301 e l'atto notarile del 1586, arriva dunque l'immagine del territorio. Tre momenti diversi, tre forme diverse di memoria: la scrittura, l'atto notarile e la fotografia. E tutte convergono su una stessa domanda: quanto di quel paesaggio storico è ancora riconoscibile oggi?

Perché la storia non vive soltanto negli archivi. A volte è ancora lì, davanti ai nostri occhi, ma talmente trasformata da non essere più immediatamente riconoscibile.

È questo il paradosso del Saracino.

Abbiamo una traccia documentaria che attraversa i secoli, ma il territorio nel quale quella traccia dovrebbe essere cercata è stato progressivamente trasformato. Il rischio più grande non è soltanto che un luogo venga trasformato. È che venga trasformato prima ancora che qualcuno abbia avuto il tempo di comprenderne il valore storico.

La distruzione della memoria, infatti, non avviene sempre con un evento clamoroso. Può essere lenta, silenziosa, quasi invisibile. Prima scompare un elemento del paesaggio. Poi un altro. Poi un riferimento. Poi un nome. E arriva il giorno in cui qualcuno prova a ricostruire quella storia e scopre che le tracce materiali sono state cancellate una dopo l'altra.

A quel punto resta il documento.

Ma anche il documento, da solo, non sempre basta. Può dirci che un terreno esisteva, chi lo possedeva, cosa vi si coltivava e a quale luogo era collegato. Se però il paesaggio viene completamente alterato, diventa sempre più difficile riconoscere sul terreno quelle informazioni.

E allora la domanda diventa inevitabile: quanto siamo disposti a perdere prima di accorgerci che stiamo cancellando una parte della nostra stessa storia?

Lucera possiede una vicenda storica eccezionale.

La presenza musulmana, la trasformazione della città, la distribuzione delle terre, le attività agricole, le vie di comunicazione e la stratificazione urbanistica non appartengono soltanto agli studiosi. Sono patrimonio della comunità. E la comunità dovrebbe avere il diritto di sapere dove sono passati quei segni della propria storia.

Il Saracino, in questo senso, è molto più di un nome. È una domanda aperta. È una traccia che attraversa la documentazione. È un filo che collega testimonianze lontane nel tempo e invita a rileggere il territorio alla luce della sua storia. E soprattutto è un monito.

Prima di costruire, modificare, rialzare o cancellare un pezzo di territorio, bisognerebbe sapere cosa quel territorio racconta. Perché non tutto ciò che è storico appare come un monumento. A volte la storia è nascosta sotto una terra apparentemente anonima. A volte sopravvive in una vecchia strada. A volte in una vigna. A volte in una parola tramandata nei documenti. E a Lucera quella parola è proprio “Saracino”.

Un nome che, attraverso documenti appartenenti a epoche diverse, continua a rimandare a un preciso orizzonte territoriale segnato da Porta Troia e dalla via di Troia.

Un nome legato alla terra. Alla vigna. Alla casa. A Porta Troia. Alla via di Troia. Oggi, davanti alle trasformazioni che hanno interessato quell'area, resta una responsabilità precisa: cercare di capire, documentare e tutelare ciò che ancora può essere salvato. Perché quando una traccia storica scompare, non perdiamo soltanto un pezzo di passato. Perdiamo la possibilità di interrogarlo.

E forse il Saracino di Lucera, prima di essere definitivamente sepolto sotto le trasformazioni del territorio, merita ancora una volta di essere ascoltato.

La terra conserva la memoria più a lungo degli uomini. Ma solo se gli uomini decidono di non cancellarla.

(Nella foto-riquadro: ricognizione aerea di Lucera, Puglia, 30 settembre 1943, USAAF. John Bradford Archive of Aerial Photographs; scansione di Mike Seager Thomas per il progetto UCL Institute of Archeology Tavoliere-Gargano Prehistory Project. Fonte: Internet Archive- https://archive.org/details/lucera23s143_3089_1).

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Eduardo Gemminni

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