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La corsa alla poltrona, di Marco Pagliara

Finita la corsa al voto inizia la corsa alla poltrona, durante la quale non bisogna perdere di vista alcuni principi che possono tornare utili per mantenere, o tentare di mantenere, un degno profilo.

Secondo l'arte stoica del post-voto dopo i comizi serve flessibilità, non l'ossessione per la poltrona.

Sono stati spesi mesi a infiammare le piazze, inseguendo consensi e sognando un assessorato, una carica consiliare o la presidenza di una specifica commissione.

Ora, le urne sono chiuse, ci sono i vincitori e chi ha assaggiato il boccone amaro della sconfitta, i voti vengono contati e la realtà politica si è presentata per quella che è, ovvero il complesso mosaico dove non sempre c’è spazio per tutte le ambizioni personali.

In questo momento, sbollita l'adrenalina della campagna elettorale, la classe politica dovrebbe riscoprire una “stoica” virtù antica ma quanto mai necessaria: la flessibilità dell'alleanza e del servizio, opposta all'ostinazione per una specifica poltrona.

Il filosofo stoico Seneca, nel suo trattato “La tranquillità dell'animo”, affronta direttamente il tema dell'adattabilità: "Non può fare il militare? Che si cerchi una carica pubblica. Deve vivere nel settore privato? Che sia un portavoce. È condannato al silenzio? Che aiuti i suoi concittadini con una testimonianza pubblica e silenziosa".

Per Seneca non esiste una situazione in cui non si possa dare il proprio contributo. Se il contesto politico impedisce di occupare il ruolo di primo piano a cui si aspirava, l'ambizione non deve trasformarsi in sterile ostruzionismo o in un capriccio di potere. Il buon amministratore non serve la propria vanità, ma la comunità. Se il “Foro” principale è precluso, ci si rende utili nei raduni moderati, nelle seconde linee, portando avanti le proprie idee con pragmatismo.

L'aneddoto di Lincoln: l'umiltà di saper fare un passo indietro

A fare eco a Seneca anche un ironico aneddoto che vede protagonista Abraham Lincoln. Di fronte a un uomo che pretendeva a tutti i costi un incarico di peso nel governo, partendo dalla richiesta di diventare ministro degli Esteri e scendendo via via a ruoli sempre più modesti, fino a una carica doganale, la trattativa si concluse, di fronte ai ripetuti rifiuti, con la richiesta da parte del richiedente di "un paio di pantaloni usati".

"È bene essere umili", commentò ridendo il Presidente. Questa parabola racchiude una verità politica fondamentale: dopo la vittoria, quando si passa dalla fase della propaganda a quella dell'amministrazione, l'arroganza delle pretese deve cedere il passo al realismo. Esigere per forza la carica ambita, bloccando la macchina amministrativa o minando la stabilità di una coalizione per puro orgoglio, è l'esatto opposto del bene comune.

Il passaggio dai comizi al governo del territorio richiede un cambio drastico di mentalità, lo stoicismo ci insegna che se non possiamo fare una determinata cosa, dobbiamo avere il coraggio e l'intelligenza di provarne un'altra.

Nelle delicate fasi di negoziazione che seguono un voto, accontentarsi di un ruolo diverso o di una posizione di supporto non è un segno di debolezza o di sconfitta. Al contrario, è la massima espressione di determinazione e responsabilità. La politica vera non si fa per occupare una sedia, ma per attuare una visione. E se quella sedia non arriva, c'è sempre un'altra posizione da cui poter dimostrare il proprio valore, mettendo in pratica la propria filosofia e offrendo, in ogni caso, il proprio contributo.

Marco Pagliara

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