Elezioni regionali al Sud: la musica è finita, ma l’immobilismo applaude ancora.
“La musica è finita, che inutile serata”.
Mai verso fu più adatto delle recenti elezioni regionali nel Mezzogiorno. Perché il punto non è chi ha vinto o chi ha perso: il punto è che il Sud continua a recitare la stessa opera logora, mentre il pubblico – esausto – assiste all’ennesima rappresentazione del nulla.
Si chiude una campagna elettorale fatta più di slogan che di idee. Una kermesse in cui promesse e selfie hanno sostituito competenze e progetti. E all’indomani del voto torna la realtà: un Mezzogiorno fermo, immobilizzato, sfibrato. Altro che rinascita! Qui si sopravvive.
Il Sud resta intrappolato negli stessi problemi di sempre.
E non per mancanza di diagnosi – quelle le conoscono tutti – ma per assenza di volontà politica.
Disoccupazione giovanile alle stelle, fuga costante dei giovani, aree interne che si svuotano, infrastrutture indegne, trasporti lenti, strade dissestate, porti e aeroporti sottoutilizzati.
La sanità è un labirinto di attese, l’industria è svuotata, e i comuni vivono in sofferenza finanziaria perpetua.
E come se non bastasse, all’orizzonte incombe l’autonomia differenziata, venduta da alcuni come un’opportunità. Opportunità per chi? Certamente non per i territori già fragili. Perché l’autonomia differenziata rischia di sancire, per legge, un’Italia divisa: chi ha, continuerà ad avere; chi non ha, avrà ancora meno.
È aritmetica, non ideologia.
Nel frattempo, l’agricoltura – per secoli fiore all’occhiello del Sud, motore economico, identità culturale e orgoglio collettivo – oggi annaspa sotto il peso di costi insostenibili, crisi climatiche, concorrenza sleale e burocrazia paralizzante.
Quello che un tempo era un vanto è oggi un settore alla deriva, senza strategia, direzione o dignità politica.
Eppure basterebbero programmazione seria, tecniche moderne, filiere efficienti e un vero piano di rilancio per trasformarlo di nuovo in una forza trainante. L’agricoltura potrebbe far rinascere prodotti storici, valorizzare eccellenze, creare migliaia di posti di lavoro, ricostruendo l’anima economica di un popolo legato alla terra in modo profondissimo.
Un patrimonio che potrebbe nutrire l’Italia è invece costretto solo a sopravvivere.
E poi c’è il caso PNRR: il Sud rischia uno scippo da 18 miliardi.
Un dato da ricordare ogni volta che qualcuno parla di assistenzialismo meridionale.
(Riferimento: analisi di Luca Antonio Pepe, Il Fatto Quotidiano).
Il vero problema, però, è altrove. In una classe dirigente – locale e nazionale – che da decenni gestisce senza cambiare, amministra senza innovare, arriva alle elezioni ma sparisce il giorno dopo.
Una politica che parla di “valorizzazione del territorio” ma lascia che quel territorio marcisca.
Che promette “rilancio” ma consegna stagnazione.
Una politica che non governa: galleggia.
E così riecheggiano, pesantissime, le parole pronunciate 165 anni fa: “Vi resteranno solo gli occhi per piangere”.
Parole scomode, ma attualissime. Perché nel 2025 il Sud non piange solo arretratezza: piange l’assenza di visione, la rassegnazione diventata cultura, la disabitudine a pretendere.
Piange un destino che sembra già scritto perché nessuno ha il coraggio di riscriverlo.
La musica è finita, sì.
Ma qui non mancano orchestrali o spartiti: manca il direttore.
E finché la politica continuerà a suonare a orecchio – e male – il Sud resterà fermo, spettatore passivo di una storia che altri decidono.
Il palcoscenico della storia è lì.
Il Mezzogiorno no: è rimasto in platea.
Ed è ora che si alzi.
Eduardo Gemminni
