Il 19 febbraio segna il compleanno di Massimo Troisi. Oggi, ricordandolo, non possiamo fare a meno di chiederci: cosa avrebbe fatto se fosse rimasto tra noi? La risposta non è semplice, perché Troisi non era soltanto un attore o un regista: era un autore unico, un poeta dell’ordinario, capace di trasformare la vita quotidiana in cinema con leggerezza e profondità insieme. Era capace di farci ridere e riflettere nello stesso istante, di cogliere l’invisibile e renderlo universale, di trovare poesia nelle pieghe nascoste della vita di tutti i giorni, dove il silenzio vale più di mille parole e un gesto parla più di un discorso intero.
Troisi non si limitava a far ridere. Con lui la comicità diventava intima, imperfetta, umana. I suoi personaggi non dominavano la scena: la abitavano, respirandola con delicatezza, con quell’arte dell’esitazione, dei silenzi, delle piccole pause e dei mezzi sorrisi che trasformano il quotidiano in qualcosa di irripetibile. Guardando i suoi film, ci accorgiamo che Troisi aveva già cambiato la lingua del cinema italiano, dalla commedia all’italiana alla delicatezza dei sentimenti, dall’ironia al respiro malinconico della vita, dall’osservazione comica alla poesia del quotidiano. La sua arte era fatta di lievi sfumature e piccoli miracoli nascosti nella normalità.
Se oggi lo immaginassimo, probabilmente non si sarebbe limitato ai ruoli che lo hanno reso celebre. La sua evoluzione era già evidente nei film più maturi: da Ricomincio da tre, autobiografia ironica e sincera, a Scusate il ritardo, commedia sentimentale e malinconica, fino a Le vie del Signore sono finite e Il Postino, dove la riflessione, la poesia e la delicatezza interiore diventano protagoniste. Troisi stava trasformando la sua comicità in una capacità unica di osservare e raccontare la vita, cogliendo la fragilità e la bellezza nascosta nelle persone comuni e nei momenti quotidiani. Il suo cinema si muoveva verso un registro più europeo, più letterario, più intimista: un cinema del tempo, della lentezza e dei dettagli, dove il silenzio diventa musica e un sorriso racconta più di mille parole.
Ci piace immaginare un Troisi collaboratore di registi come Paolo Sorrentino o Mario Martone.
Con Sorrentino avrebbe portato la fragilità umana dentro un mondo visivo e barocco, diventando l’elemento di verità in mezzo alla bellezza estetica. Lo vedremmo camminare tra palazzi e terrazze, osservare la vita senza giudicarla, smontare la retorica con una frase sussurrata, rivelando la malinconia dietro lo splendore.
Con Martone, invece, l’incontro sarebbe stato naturale, quasi inevitabile. Troisi, che Napoli non la recitava ma la incarnava, avrebbe portato la sua umanità in film storici o letterari, confrontandosi idealmente con la poetica teatrale di Annibale Ruccello e dialogando artisticamente con la tradizione musicale e teatrale raccontata da Roberto De Simone. Napoli sarebbe stata viva, tangibile, vera: nei silenzi dei vicoli, nei volti delle persone comuni, nelle malinconie sospese tra il mare e il Vesuvio.
Artisticamente, Massimo Troisi avrebbe seguito tre direzioni principali.
La prima: scrivere molto, perché i suoi film già si ascoltano come testi letterari, portando nel cinema italiano una sensibilità nuova e attenta all’essere umano.
La seconda: diventare un attore drammatico, capace di incarnare uomini di tutti i giorni, figure fragili e coraggiose, persone che non recitano la vita ma la attraversano.
La terza: dirigere film sospesi tra realtà e poesia, storie intime, quasi sussurrate, dove ogni gesto e ogni silenzio diventano racconto.
Storie di amori trattenuti, di amicizie silenziose, di parole rimaste in gola. Un cinema in cui sembra non succedere nulla e invece succede la cosa più importante: qualcuno impara a sentirsi meno solo.
Troisi aveva una rara capacità: far ridere senza costruire la gag, emozionare senza forzare la drammaticità, trasformare la normalità in poesia. Guardando i suoi film oggi, si ha la sensazione che il suo capolavoro non sia mai arrivato davvero, che Il Postino fosse solo l’inizio di una nuova stagione interrotta troppo presto. La sua vera eredità sarebbe stata questa: continuare a cambiare il cinema italiano rendendolo più umano, più fragile, più vero.
E allora lo immaginiamo ancora lì, davanti alla macchina da presa, con il suo sguardo timido e disarmante, a ricordarci che la bellezza del cinema e della vita non sta nei grandi eventi ma nelle piccole cose, nei silenzi, nella semplicità di essere se stessi.
Oggi non celebriamo soltanto ciò che ci ha lasciato, ma anche ciò che avrebbe potuto ancora donarci: un cinema pieno di poesia, ironia e cuore, capace di attraversare il tempo.
Perché Massimo Troisi non appartiene al passato.
Appartiene a quel momento preciso in cui, guardando un suo film, sorridiamo senza accorgercene. E capiamo che qualcuno, da qualche parte, ha raccontato esattamente la nostra vita.
Eduardo Gemminni
A Napoli, in via Cervantes 55, a partire dalle ore 17:00, nel giorno del suo 73º compleanno di Massimo, la sorella Rosaria Troisi riceverà il Premio "Il valore dell'esperienza" dopo aver presentato il suo ultimo lavoro editoriale intitolato "Caro Massimo, ti scrivo perché…", evento organizzato da "Sistema Associativo e di Servizi 50&Più" presieduto da Maurizio Merolla (introdurrà Flavia Chiarolanza, con intervento di Michelangelo lossa). Nello stesso giorno a Lucera, presso il Circolo Unione 1860 (una delle location che ha ospitato molte scene del film "La vie del Signore sono finite" nel 1987) emulando il titolo dell'evento di Napoli (Buon Compleanno, Massimo!) sarà ricordato l'uomo e l'artista Massimo Troisi. Per quella occasione Rosaria, la sorella di Massimo, ha inteso scrivere e consegnare alla città federiciana una lettera di saluto ed una testimonianza con la promessa di una sua prossima visita (probabilmente a maggio prossimo) nel cui contesto presenterà il libro "Caro Massimo, ti scrivo perché…".
