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Lucera ricorda Carlo II d'Angiò. Ma chi ricorda i Saraceni?

«La storia non è fatta soltanto di chi ha vinto. È fatta anche di chi, pur sconfitto, ha contribuito a costruire una città».

Ogni città costruisce la propria identità attraverso la memoria.

Ma una memoria autentica non può limitarsi a raccontare una sola parte della storia. Deve avere il coraggio di custodire tutte le voci che hanno attraversato il tempo, anche quelle più difficili da ricordare.

Ogni anno Lucera rivive uno dei momenti più significativi del proprio passato. Le bandiere sventolano, il corteo storico attraversa le vie cittadine e, nella rievocazione della conquista del 1300, le chiavi della città vengono simbolicamente consegnate da Carlo II d’Angiò a Santa Maria.

È una tradizione consolidata, profondamente radicata nella storia e nella cultura cittadina. Ma ogni storia possiede più di una voce. E mentre celebriamo i vincitori, nasce spontanea una domanda: chi ricorda coloro che furono sconfitti?

UNA CITTÀ UNICA NEL MEDIOEVO EUROPEO

Per quasi un secolo Lucera rappresentò una delle realtà più originali del Mezzogiorno medievale e dell’intera Europa del Duecento. Per volontà di Federico II di Svevia, nella città fu trasferita una numerosa comunità musulmana proveniente dalla Sicilia.

Non si trattava semplicemente di una colonia militare. Era una comunità composta da uomini, donne e bambini che vivevano, lavoravano, costruivano famiglie e contribuivano allo sviluppo della città. C’erano agricoltori, allevatori, artigiani, fabbri, ceramisti, conciatori e commercianti.

Coltivarono le campagne, svilupparono attività economiche, portarono competenze e conoscenze che contribuirono alla prosperità di Lucera e al suo ruolo strategico all’interno del Regno.

Per quasi cento anni quella città fu anche la loro casa.

Cristiani e musulmani condivisero lo stesso spazio urbano, mantenendo identità religiose differenti, all’interno di un progetto politico voluto da Federico II che rese Lucera un’esperienza quasi unica nel panorama medievale europeo.

IL 1300 E LA FINE DELLA COLONIA MUSULMANA

Poi arrivò il 1300. Dopo un lungo assedio Carlo II d’Angiò conquistò la città. Per la comunità musulmana di Lucera fu la fine. Molti morirono combattendo. Altri furono venduti come schiavi. Altri ancora furono costretti alla conversione.

La grande moschea del venerdì, il Jāmiʿ al-Jumʿa, cuore religioso della comunità musulmana, scomparve. Gli edifici cambiarono funzione e una presenza che aveva profondamente segnato la storia cittadina venne progressivamente cancellata. Di quella comunità oggi resta soprattutto il silenzio.

Ed è proprio questo silenzio che merita una riflessione. Ricordare i musulmani di Lucera non significa sminuire Carlo II, né mettere in discussione la tradizione storica della città.

Significa semplicemente completare il racconto della storia.

LA MEMORIA NON È UNA GARA TRA VINCITORI E VINTI

La storia non è una gara tra vincitori e sconfitti. Non è un tribunale chiamato a giudicare il passato. È ricerca della verità nella sua complessità. Una memoria che racconta soltanto una parte della storia rimane inevitabilmente incompleta.

Molte città europee hanno scelto di valorizzare le diverse comunità e culture che le hanno attraversate, comprese quelle sconfitte, perché ogni popolo lascia tracce, lavoro, conoscenze e memoria.

È proprio questa stratificazione a rendere una comunità più consapevole delle proprie radici.

Anche Lucera potrebbe compiere questo passo. Non per riscrivere la storia. Ma per raccontarla tutta.

UNA MEMORIA CHE PUÒ DIVENTARE DIALOGO

Lucera possiede un patrimonio storico straordinario che potrebbe trasformarsi anche in un messaggio culturale universale.

Per quasi un secolo questa città fu un luogo in cui cristiani e musulmani vissero fianco a fianco. Successivamente conobbe la guerra, la conquista e la scomparsa di quella comunità. Oggi potrebbe trasformare quella memoria in una straordinaria occasione di conoscenza e dialogo.

Lucera potrebbe dedicare uno spazio stabile alla memoria della colonia musulmana: una conferenza storica, un ciclo di incontri, un momento di dialogo interreligioso, un concerto di musiche sacre delle tradizioni cristiana e islamica oppure una riflessione pubblica sul valore della convivenza, della memoria e della pace.

Non sarebbe un omaggio ai vinti. Sarebbe un atto di maturità civile.

Questa proposta si inserirebbe anche nel percorso che l’Italia sta compiendo sul tema del dialogo tra le religioni.

Nel giugno 2026 è stato sottoscritto a Roma il Patto “La via italiana del dialogo interreligioso”, promosso dai rappresentanti delle diverse comunità religiose presenti nel Paese, con l’obiettivo di favorire conoscenza reciproca, collaborazione e coesione sociale.

Un messaggio che sembra parlare direttamente anche alla storia di Lucera.

Perché una città che ha conosciuto l’incontro tra culture diverse può trasformare anche le pagine più dolorose del proprio passato in uno strumento di consapevolezza.

LE PIETRE RACCONTANO LA STESSA CITTÀ

Le pietre del Palazzo di Federico II e quelle della Cattedrale non raccontano due città diverse. Raccontano epoche diverse della stessa città. Nessuna cancella l’altra. Insieme custodiscono la memoria di ciò che Lucera è stata.

E forse anche di ciò che potrà ancora diventare. Perché la storia non serve a riaprire ferite. Serve a comprenderle. Serve a evitare che il passato venga ridotto a un racconto parziale. Serve a trasformare la memoria in conoscenza. E la conoscenza in dialogo.

Forse è proprio questa la più grande lezione che Lucera può offrire oggi: non scegliere quale memoria conservare, ma avere il coraggio di custodirle entrambe.

Le guerre appartengono alla storia. La pace appartiene alle scelte degli uomini.

Le città non possono cambiare il proprio passato. Possono però comprenderlo. Possono scegliere quale futuro costruire a partire da esso. Perché la memoria non è soltanto uno sguardo rivolto all’indietro. È il ponte che conduce al domani. Ed è forse questa la vittoria più difficile. Ed è anche la più grande.

«La pace è artigianale: non la costruiscono solo i potenti con le loro scelte e i loro trattati internazionali. La pace la costruiamo noi, nelle nostre case, in famiglia, tra vicini di casa, nei luoghi dove lavoriamo, nei quartieri dove abitiamo».— Papa Francesco

Eduardo Gemminni

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