L'istituto professionale "Domenico Chiodo" della Spezia teatro dell'ennesimo episodio di violenza tra adolescenti: Aba, così lo chiamavano i suoi compagni, socievole, cordiale, generoso, ferito a morte con un lungo coltello dalla insensata gelosia di un suo coetaneo, forse con premeditazione, certamente con efferata violenza.
Una giovane vita spezzata così, all'interno di una scuola, peraltro, andrebbe pianta insieme, in un unico abbraccio, e non da docenti e dirigente all'interno e studenti fuori dall'istituto scolastico, studenti che recriminano da parte dei professori un'attenzione, una sensibilità, peggio, una prevenzione che, a loro dire, non ci sono state. Difficile giudicare. La frattura però è evidente. E stona.
Resta il dolore. Resta il sapore amaro della sconfitta: della famiglia, della scuola, della società tutta.
Rispetto a questo scenario mortificante, cosa si pensa di fare? Introdurre il metal detector nelle scuole, in alcune scuole, quelle più a rischio.
I compagni di Aba affermano che il giovane assassino già in precedenza fosse stato visto girare con il coltello a scuola, e che i professori ne fossero stati informati.
Per capire se un ragazzo ha con sé un coltello o manifesta comunque un comportamento anomalo, basta saper guardare, basta voler guardare un po' più in su del registro elettronico.
Non nego che il ruolo di docente sia, oggi più che mai, delicato, complesso, certamente non semplice.
Partiamo dal presupposto essenziale che il docente non è un ripetitore di nozioni: se così fosse sarebbe soppiantato da mezzi più veloci, persino più precisi, alla portata di tutti ormai. Il docente è un educatore, inteso nel senso etimologico del termine, e dunque chi non ha la predisposizione, la sensibilità, il senso di responsabilità che tale ruolo comporta e, non ultima, una buona dose di coraggio, farebbe bene a dedicarsi ad altro. Sarebbe più onesto.
Tra gli adolescenti di ogni estrazione sociale e di ogni provenienza serpeggia una forma di aggressività sempre crescente, che non contempla il confronto e la discussione, ma passa direttamente all'azione, con la superficialità e la leggerezza ora dell'inconsapevolezza, ora dell'intenzionalità, sfociando in consuetudine, e la consuetudine può provocare una pericolosa assuefazione, se non addirittura emulazione.
E, come accade ogni volta che ricorre una tragedia come quella della Spezia, ci si torna a interrogare sul perché, ponendo sotto processo la famiglia, spesso assente o, peggio, presente in maniera sbagliata. E ancora l'influenza deleteria dei social. Innegabile.
Anche Paolo Crepet si è espresso, come di consueto, riguardo all'accaduto, per quanto personalmente dissenta da questa sua affermazione che trovo piuttosto infelice: «Ma voi veramente pensate che questo avvenga solo in una scuola?». Prosegue affermando che episodi simili accadono ormai ovunque: in piazza, per strada, in discoteca. Lo sappiamo bene, caro Crepet, ma la scuola è un'istituzione e questo fa la differenza. La scuola non può da sola sanare piaghe così profonde, ma può e deve fare la sua parte. Un docente attento ha un rapporto privilegiato nella quotidianità: osservazione, ascolto, confronto, dialogo. E questo non comporta sacrifici nella trasmissione del sapere che, perché abbia un senso, deve confluire nella formazione della persona.
L'introduzione coercitiva del metal detector nelle scuole non può essere risolutiva e francamente mi sorprende il favore entusiastico con cui è stata accolta da molti. La prevenzione, la giusta prevenzione prevede un cammino più lungo e difficile, nel quale all'istituzione scolastica spetterebbe un ruolo di rilievo.
D'altro canto all'interno delle scuole di oggetti potenzialmente pericolosi in quanto atti a ferire ce ne sono molti altri. Non è il mezzo in sé a costituire pericolo, ma l'uso che se ne fa. Io insieme ai miei alunni con il coltello ci tagliavo le torte.
Adelia Mazzeo
