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Il Gioco delle nucelle e la memoria scritta della comunità

Il Gioco delle nucelle e la memoria scritta della comunità. Conservato negli atti, non nella consuetudine.

Nel 1612, la città di Lucera affida alla scrittura ciò che il tempo stava già sottraendo alla consuetudine. Il decurionato, con deliberazione formale, chiede al Regio Governatore che non venga proibito il cosiddetto Gioco delle nucelle, opponendosi alla volontà della Regia Audienza, intenzionata ad abolirlo in quanto ricondotto ai banchi e agli emolumenti spettanti alla bagliva cittadina.

Un atto, all’apparenza, amministrativo.
In realtà, un gesto di autocoscienza storica.

Perché non era un gioco qualunque ciò che si stava per cancellare.

Era una consuetudine antica, una pratica radicata nella vita quotidiana della comunità, un gesto semplice che aveva attraversato i secoli senza clamore, sopravvivendo ai mutamenti politici, alle trasformazioni istituzionali, alle fratture della storia. Nel momento stesso in cui la sua pratica rischiava di scomparire, la città ne avvertì il valore e ne reclamò la permanenza, almeno nel diritto, se non più nell’uso.

Il Gioco delle nucelle affondava infatti le sue origini nell’antichità romana. Le fonti classiche e le testimonianze iconografiche attestano la diffusione delle Nuces castellatae, un gioco di abilità fondato sull’equilibrio, sulla misura, sulla precisione del gesto. Tre noci venivano disposte a terra a formare una base; una quarta doveva essere lanciata con tale perizia da posarsi sopra le altre senza far crollare l’intera struttura.

Accanto a questa forma, ne esistevano varianti popolari: ogni partecipante preparava il proprio carrillo, formato da tre nocciole poste una accanto all’altra e sormontate da una quarta. I carrilli, così predisposti, venivano collocati insieme su uno spiazzo del cortile o della strada; si procedeva quindi alla conta (’o tuocco), e il designato dalla sorte, posto a una distanza prestabilita, tirava il primo colpo con una nocciola più grande delle altre, detta menangola, cercando di colpire e far cadere il maggior numero di carrilli, che naturalmente vinceva.

Dopo di lui, la conta si ripeteva, e il gioco proseguiva fino all’esaurimento delle nocciole messe in palio. Le nocciole venivano conservate in sacchetti di varia foggia e materiale.

Un errore minimo bastava a distruggere l’ordine costruito. La vittoria non era affidata alla forza, ma al dominio dell’azione, alla sapienza del limite.

In questo gesto elementare si concentrava una pedagogia silenziosa. Il gioco insegnava ciò che nessuna norma scritta poteva imporre: la pazienza, il controllo, la responsabilità dell’atto. Non era semplice intrattenimento infantile, ma una forma primaria di educazione alla misura, inscritta nel corpo e nella memoria. Per questo attraversò i secoli, trasformandosi senza dissolversi, lasciando tracce nella cultura popolare del Mezzogiorno e in tradizioni ludiche ancora vive, come il tiru di nuciddi in Sicilia o ’o juoco d’ ’e nucelle in Campania, dove il gesto muta ma il significato resta intatto.

Che il Gioco delle nucelle non fosse considerato un’attività marginale lo dimostra anche la sua presenza nell’arte funeraria romana. Due sarcofagi, uno conservato presso il British Museum di Londra e l’altro, di qualità superiore, nella Galleria Chiaramonti dei Musei Vaticani, raffigurano fanciulli intenti a giocare con le noci. Un’immagine tanto significativa da accompagnare il defunto nell’eternità. Il gioco si fa così simbolo di vita, gesto degno della pietra, memoria che resiste alla morte.

È alla luce di questa lunga durata che va letta la deliberazione lucerina del 1612. La città comprese che proibire il gioco significava recidere una continuità, spezzare un filo invisibile che legava il presente al suo passato più profondo. Difendere il Gioco delle nucelle non equivalse a tutelare un’abitudine marginale, ma a preservare una forma di identità collettiva, una memoria condivisa che non viveva nei monumenti, ma nei gesti.

Eppure, il tempo avrebbe compiuto il suo corso. La consuetudine si sarebbe lentamente spenta. Il gioco, sottratto alla pratica quotidiana, avrebbe cessato di essere vissuto.

Ma non sarebbe scomparso.

Perché la scrittura, più tenace dell’uso, lo avrebbe custodito.

Negli atti, nelle deliberazioni, nelle carte ufficiali, il Gioco delle nucelle è rimasto come traccia di ciò che una comunità era stata e aveva ritenuto degno di difesa. Non più trasmesso per imitazione, ma conservato per testimonianza. Non più giocato, ma ricordato.

In questo passaggio dalla pratica alla scrittura si compie il destino di molte tradizioni: ciò che non resiste nella vita quotidiana trova rifugio nei documenti. E la carta diventa luogo di salvezza, ultimo argine contro l’oblio. Lucera, nel 1612, forse senza saperlo, affidò alla storia ciò che non poteva più garantire al futuro.

Così, un gioco antico, fatto di quattro noci e di un lancio misurato, continua a parlare. Non attraverso le mani dei giocatori, ma attraverso le parole degli atti. Non nella consuetudine, ma nella memoria.

E ci ricorda che non tutto ciò che è perduto è scomparso: alcune cose sopravvivono perché qualcuno, un giorno, ebbe la lucidità di scriverle.

Eduardo Gemminni

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