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Il caporalato arriva con il Decreto Flussi, l’inchiesta-choc presentata a Foggia

“Il prezzo della legalità” scuote le coscienze: «Lavoratori costretti a indebitarsi, senza trovare lavoro». Una rete di connivenze e di complicità.

Ahmad, Hassan, Marco, Tebete, Ziad sono solo alcuni nomi dei lavoratori immigrati che hanno pagato il prezzo, salatissimo, della legalità per poter lavorare come bracciante agricolo in Italia, molto spesso senza riuscirci. È il sottobosco del decreto Flussi ricostruito e raccontato dall’inchiesta “Il prezzo della legalità” di Bianca Turati, Daman Singh e Iman Zaoin vincitrice della 3ª edizione della PRM Academy che vedrà impegnati in una formazione a Foggia dal 14 al 16 maggio, i ventidue partecipanti su oltre novanta giovani Under 30 iscritti alla selezione.

L’inchiesta di Bianca Turati, Daman Singh e Iman Zaoin è un documento imprescindibile per chi vuol conoscere dall’interno il sistema, spesso opaco, del collocamento dei braccianti agricoli in Italia, ormai quasi tutto appannaggio della manodopera immigrata. «Nella nostra indagine - ha detto Bianca Turati - ci siamo concentrati sulla comunità indiana reclutata con il decreto flussi nella fascia da Pachino a Licata, in Sicilia. Persone che arrivano, a costo di enormi sacrifici economici e poi non trovano il datore di lavoro che ha formalmente presentato quella domanda. C’è chi ha venduto tutto nel proprio paese e non può fare più ritorno a casa. Lavoratori spesso lasciati soli, abbandonati al loro destino. Nemmeno le Prefetture aiutano: la legge dice che il lavoratore ha otto giorni di tempo per rintracciare il proprio datore, ma quasi nessuno glielo dice».

Come fanno i datori a conoscere i nomi dei lavoratori da far arrivare in Italia? Com’è possibile che tra la richiesta e l’arrivo del lavoratore in Italia passi «troppo tempo», inaccettabile per favorire l’incontro domanda-offerta, gli interrogativi sulla farraginosità del decreto Flussi che il governo Meloni allarga, nel triennio 2025-2028 a 500mila nuovi arrivi. È sintomatico che gli uffici pubblici della provincia di Ragusa non abbiano fornito informazioni. «Ci hanno risposto che non sono autorizzati a parlare con i media».

«I dati della Questura Ragusa rilevano che su 3.602 quote autorizzate dal decreto flussi, sono stati generati 700 contratti di lavoro. Il decreto incentiva il caporalato», la denuncia del magistrato Bruno Giordano, ex direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro intervistato dagli autori dell’indagine.

Un sistema che si autolimenta: per istruire le pratiche del decreto le spese sono carico dei lavoratori. Nella sola provincia ragusana «genera un giro d’affari da 208mila a 370 mila euro. Ma pagare – dice Turatinon è garanzia di lavoro».

Il video dell’inchiesta, girato anche con l’ausilio di telecamere nascoste, evidenzia un sistema di complicità in cui un po’ tutti ci sguazzano: agricoltori compiacenti, consulenti del lavoro, avvocati, commercialisti. «Ad ogni passaggio c’è un costo da pagare». Anello centrale della catena sono le aziende agricole. «Se vuoi lavorare con me e per il “coso” (il permesso di soggiorno) mi devi dare 8mila euro. Se poi vuoi andare in Francia o dove vuoi, fai pure», la conversazione carpita tra un imprenditore agricolo a un lavoratore.

Numeri strabilianti, l’affaire immigrazione nel nostro paese.

«Solo valutando i costi richiesti da intermediari per questo genere di operazioni, il giro d’affari legale supera i 2 miliardi di euro. Non parliamo poi della compravendita dei contratti. Il 79% entrato col decreto flussi è irregolare in Sicilia ma la percentuale è più alta in altre regioni», denuncia Fabio De Blasis, ricercatore dell’Università di Ferrara e studioso del fenomeno flussi nel corso della tavola rotonda seguita alla proiezione moderata da Francesco Cavalli, segretario Premio Morrione. «Il sistema si è evoluto, oggi l’immigrazione frutta all criminalità più della droga», denuncia Magdalena Jarczak segretaria provinciale Cgil di Foggia. È il caso di quanto accade in provincia di Foggia: «Un sistema poroso che ruota intorno al ghetto di borgo Mezzanone – ha aggiunto Erminia Rizzi esperta in diritti umani e immigrazione – lavoratori costretti a indebitarsi nel proprio paese, per assoggettarmi a una condizione di totale schiavitù. È il datore di lavoro ad avere la sua vita in mano».

«Sarebbe auspicabile che a questi lavoratori, quasi tutti con il permesso di soggiorno scaduto, venisse riconosciuto il diritto di residenza», ha affermato Giulio De Santis, assessore alla Sicurezza del Comune di Foggia.

«Riflettere su questi temi per stimolare forme di reazione è l’obiettivo che ci siamo posti dando vita all’Academy di giornalismo investigativo di inchiesta qui a Foggia e fornire ai giovani strumenti per osservare il presente e indagarlo», ha commentato Francesca De Rosa, vicepresidente del Coordinamento per la Consulta della legalità di Foggia.

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