Tra il jazz dei grandi americani e la voce delle periferie napoletane.
Non tutti i musicisti cercano il successo.
Alcuni cercano la verità.
E quando la trovano, diventa suono.
Il 14 febbraio 2020 si spegneva Franco Del Prete: batterista immenso, autore, poeta popolare. Con lui non se ne andava soltanto un musicista, ma un modo di vivere la musica come esperienza umana prima ancora che artistica.
Era nato a Frattamaggiore nel 1943, una terra singolare, quasi predestinata al ritmo. La stessa città aveva già dato i natali a due grandi batteristi italiani: Gegè Munari, al fianco di Chet Baker e Gato Barbieri, e Pierino Munari, anima ritmica delle colonne sonore di Ennio Morricone e Armando Trovajoli. Franco, però, arrivò per una strada completamente diversa. Non studiò in conservatorio, non ebbe maestri accademici: fu autodidatta. E proprio questa libertà gli permise di non avere gabbie musicali.
Nel 1966, insieme ai “fratelli” James Senese e Mario Musella, fondò gli Showmen. Non fu semplicemente un complesso musicale: fu una rivoluzione. Per la prima volta in Italia una band si confrontava davvero con il rhythm & blues e il soul afroamericano. Non era imitazione: era comprensione profonda di un linguaggio. In quegli anni molti suonavano canzoni straniere; loro, invece, avevano capito lo spirito di quella musica.
La semplicità e l’umanità disarmante di Franco Del Prete gli impedirono sempre di presentarsi come un virtuoso. Non amava i riflettori, non cercava l’esibizione tecnica. Suonava per la musica, non per se stesso. E proprio per questo fu enorme.
Dentro il suo tocco convivevano due nature rarissime.
La prima era quella del jazzista. Il modo di usare i piatti, il respiro delle pause, la leggerezza del tempo ricordavano i grandi batteristi americani come Elvin Jones, Art Blakey, Philly Joe Jones. Non colpiva lo strumento: lo faceva respirare. Il tempo, sotto le sue mani, non era una misura ma un racconto.
La seconda era terrena, fisica, urbana. La cassa e il rullante avevano la grinta del rock, la tensione del funk, la spinta del soul. Aveva il “groove”, quella qualità misteriosa che non si studia e non si imita. Si possiede o non si possiede.
Dopo la scomparsa artistica degli Showmen e l’uscita di Mario Musella, Franco e James Senese fondarono i Napoli Centrale. Quel gruppo cambiò il modo di suonare in Italia. La musica napoletana entrò nel jazz-rock europeo: non più folklore, ma contemporaneità. Non più melodia soltanto, ma linguaggio sociale.
Franco non si considerò mai protagonista. Vedeva in James Senese e in Mario Musella i suoi maestri, i suoi fratelli. Ricordando la voce inimitabile di Musella confessò: «Quando Mario attaccava It’s a Man’s Man’s Man’s World… piangevo».
Ma la sua grandezza non si fermava alla batteria.
Franco Del Prete fu anche autore. E qui appare forse la sua dimensione più profonda. Scrisse testi in lingua napoletana di una potenza rara: Campagna, Viecchie, mugliere, muorte e criature. Non erano semplici canzoni. Erano racconti sociali, fotografie della periferia, storie di sfruttamento, di lavoro duro, di vite invisibili. La sua era poesia civile, mai retorica, mai letteraria: parole dirette, vere, umane.
Collaborò con Gino Paoli e poi con Eduardo De Crescenzo; proprio con un suo testo, E la musica va, De Crescenzo arrivò al Festival di Sanremo, portando su un palco nazionale una sensibilità nata nei vicoli e nelle periferie.
Franco Del Prete non cercò mai di essere un grande musicista. Per questo lo fu davvero. Non volle essere un jazzista, ma suonava come i jazzisti americani. Non volle essere un rocker, ma aveva la forza dei rocker. Non volle essere un poeta, ma scrisse poesia autentica.
Il suo segreto era semplice: non suonava la batteria per diventare qualcuno. La suonava per raccontare la vita. E la vita, nelle sue mani, diventava ritmo. Perché Franco Del Prete non teneva il tempo. Dava coscienza al tempo.
Eduardo Gemminni
