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Al Convitto Nazionale Bonghi vanno in scena idealismo e positivismo (Prima parte)
Nella prossima puntata vedremo perché la nostra è l’epoca del dominio della tecnica, ma scopriremo anche se ed entro quale misura ciò sia un bene o un male e se la crisi della metafisica sia irreversibile ed abbia essa stessa un suo fondamento “scientifico”

Lucera, 22.05.2017 - Sono state due grandi serate all’insegna della filosofia e della tecnica quelle organizzate dall’Istituto Professionale ed Alberghiero (IPSSAR-IPIA) il 5 e il 16 maggio scorsi.
Ineccepibile l’organizzazione dei due convegni da parte della Dirigente Scolastica Annamaria Bianco coadiuvata dai docenti Vincenzo Pazienza e Roberto Calabrese. Questi ultimi anche correlatori dei due incontri.
Semplicemente sontuosi i buffet allestiti grazie all’impegno degli impeccabili studenti coordinati, nella veste di docente e di chef, dal prof. Daniele Curci sia nel laboratorio di cucina che in sala.
La prima delle due serate è stata un’occasione per ulteriormente approfondire il pensiero di Diego Fusaro con la sua rilettura di Hegel e Marx (quest’ultimo reinterpretato sotto la visuale dell’idealismo e della filosofia della praxis). Nel secondo appuntamento Amedeo Balbi (astrofisico) e Antonio Pascale (scrittore) ci hanno parlato del progresso tecnologico e dell’evoluzione del genere umano in una prospettiva essenzialmente laica e positivista.
Due appuntamenti con la ragione umana quale protagonista indiscussa del pensiero moderno ma in due prospettive diverse se non opposte.
Se l’idealismo privilegia la ragione universale quale principio ordinatore e creatore del mondo, il positivismo (e l’approccio tecnologico che ne consegue) rigettano ogni visione meta-fisica (letteralmente dal greco meta physis – “oltre la fisica”) ritenendo che l’apprensione dei dati della natura possa derivare unicamente dall’esperienza sensibile (dati empirici) e dall’analisi rigorosa degli elementi che scaturiscono dall’osservazione secondo il metodo cosiddetto scientifico (anche se non vi è accordo riguardo al relativo significato – vedi per tutti Karl Popper).
Da un lato il positivismo si pone in contraddizione con duemila e passa anni di speculazione filosofica la quale sin dall’epoca greca ci aveva indicato i limiti di attendibilità dell’esperienza sensibile ed esaltato le proprietà della logica (deduttiva), ossia di una ragione che proceda astraendosi dai dati empirici, ritenuti inattendibili se non ingannevoli (vedi, per tutti, il mito della caverna di Platone). Dall’altro il pensiero filosofico, almeno sino a Kant, aveva dovuto confrontarsi con un limite: se è vero che l’uomo è legato ai propri sensi, limitati e per certi versi fallaci, non vi sarebbe possibilità per le umane facoltà di addivenire alla conoscenza di ciò che stia oltre i dati sensibili e giungere ad una conoscenza piena della natura, della cosa in sé e per sé, oltre ciò che appare, detto fenomeno (dal greco phainomai = apparire). Resterebbe in tal modo interdetta la conoscenza della cosa in sé, ossia della cosa che può essere pensata indipendentemente dalle sue manifestazioni. Un oggetto del pensiero detto noumeno (dal greco νοο?μενoν – noúmenon –, participio presente medio-passivo di νο?ω, “io penso, pondero, considero”).
Compito talmente improbo che una mente quale quella dello stesso Kant (mica uno qualunque!) giunse a concludere che fosse impossibile e che del noumeno non potesse darsi conoscenza.
Questa conclusione fu rifiutata sia dagli idealisti (tra cui Hegel ma anche Fichte) sia dai positivisti (numi tutelari della moderna tecnica in ogni sua applicazione).
L’idealismo risolse il problema del dualismo “soggetto, Io pensante impossibilitato a conoscere un noumeno distinto da sé” ritenendo che tra il soggetto pensante e l’oggetto pensato vi fosse piena identità. Con Fichte, precursore dello stesso Hegel, l’Io (soggetto pensante) pone (crea) il non-io (oggetto pensato) sicché non vi è alcun dualismo, alcuna separazione insormontabile, come invece ritenuto da Kant.
Soggetto e oggetto, uomo e natura, sono due diverse espressioni dell’unico pensiero creatore che è la stessa ragione umana nel suo eterno divenire, perché pensare equivale a essere, anzi a divenire.
Tutto ciò equivale a sancire il primato della metafisica, di ciò che è oltre la fisica, quindi della spiritualità sulla materialità delle cose, della natura e dei dati empirici, che vengono ricondotti alla ragione unica creatrice.
Con Hegel, successore di Fichte, si ha di fatto il primato della metafisica, della religione e della filosofia su ogni altra espressione dello scibile umano.
Con il positivismo la scacchiera viene rovesciata: la metasifica è abbandonata in virtù dell’esaltazione della fisica, studiata attraverso la conoscenza sensibile, la raccolta dei dati empirici e del metodo matematico e scientifico che ha soltanto lo scopo di ordinare codesti dati.
La natura è qualcosa di avulso e indipendente dal soggetto ma che è oggetto di perenne indagine da parte dell’intelletto umano.
In tale ottica viene sancito il primato della tecnica, con l’esaltazione di tutte le mirabolanti scoperte scientifiche e l’accantonamento di ogni limite di carattere etico nella convinzione che non possano darsi limiti al sapere scientifico, pena il ritorno a posizioni assolutistiche, ritenute il retaggio di un’epoca oscurantista quale quella medievale.
L’abolizione di ogni limite etico è definita “relativismo etico”.
È evidente che, in un contesto simile, oggi peraltro dominante, chi affermi il primato della spiritualità, in ogni sua manifestazione è trattato alla stregua di un “paria”, un ciarlatano, quando non un essere inferiore o un minus habens.
Questo è il dibattito e queste le teorie che vedono contrapposti, da un lato, alcuni filosofi e, dall’altro, buona parte del mondo della tecnologia e della scienza.
Nella prossima puntata vedremo perché la nostra è l’epoca del dominio della tecnica, ma scopriremo anche se ed entro quale misura ciò sia un bene o un male e se la crisi della metafisica sia irreversibile ed abbia essa stessa un suo fondamento “scientifico”.

Ettore Orlando



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