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Idealismo e positivismo al Convitto Bonghi. 2ª parte: il dominio della tecnica e l’oblio dell’essere
La teoria della relatività mostra delle vistose crepe, i conti non tornano, alcuni valori sono prossimi allo zero mentre altri sono prossimi all’infinito, con i fisici (lo stesso Einstein, prima di tutti) che non sono ancora riusciti a trovare una soluzione

Lucera, 01.06.2017 - La prima parte del mio commento (leggi) sui due eventi che si sono susseguiti al Convitto Bonghi (quello a sostegno delle posizioni dell’idealismo con Diego Fusaro, da un lato, e quello con il duo Balbi e Pascale, palesemente filo-positivista) terminava con la presa d’atto del cosiddetto “dominio della tecnica”, un fenomeno tutto moderno, che è sotto gli occhi di tutti ma che è stato studiato nelle sue implicazioni di natura metafisica soltanto a partire da Martin Heidegger.
Per il grande filosofo contemporaneo (morto nel 1976) il predominio della fisica è il culmine di un lungo processo durato più di due millenni e che ha rappresentato la crisi, quasi una grande agonia della metafisica. Come ricordato nella prima parte di questo breve scritto divulgativo la metafisica è quella larga branca della filosofia che studia, indaga, ciò che sta oltre la fisica, fuori del mondo offertoci dai nostri cinque sensi. Oltre ciò che i nostri sensi ci fanno vedere e toccare con mano. I grandi temi indagati dalla metafisica sono il concetto di anima, l’idea di Dio e, più in generale l’essere in quanto tale.
La crisi della metafisica secondo Heidegger (ma anche secondo altri pensatori quali Ernst Jünger e Alain de Benoist su tutti) avrebbe consentito la vittoria, lo strapotere della tecnica.
La smania dei positivisti (ma sotto certi aspetti anche del grande pubblico) è quella di celebrare in ogni dove e in ogni momento tale vittoriosa affermazione.
Una vittoria di Pirro tuttavia e non priva di conseguenze perché, secondo numerosi pensatori non positivisti la riduzione di ogni essere ad un oggetto misurabile e indagabile dalla scienza moderna, dalla tecnica, ha dato luogo di fatto alla pratica dello sfruttamento del lavoro, della forza lavoro ridotta a merce e dell’uomo stesso inteso non più come fine (Immanuel Kant, Critica della ragion Pratica) ma come semplice mezzo da utilizzare e financo sfruttare a proprio piacimento. Non c’è spazio qui per esporre più compiutamente le erudite meditazioni di Heidegger. Per chi voglia approfondire – anche su Internet – ci sono svariate letture alla voce “Heidegger e il problema della Metafisica”. Quello che qui importa sono le pesanti implicazioni e le contraddizioni di un processo tecnicistico che non trova ormai limiti nell’essere e soprattutto nel valore inestimabile di quell’essere unico che è l’uomo (che Heidegger chiama “dasein”, ossia “esserci” in tedesco).
Se non ne siete convinti pensate per un attimo a ciò che ha comportato la legittimazione della “catena di montaggio” un’applicazione del taylorismo, da Frederick Winslow Taylor ingegnere statunitense noto per i suoi studi finalizzati all’organizzazione scientifica del lavoro.
Ma pensate anche allo strapotere della cibernetica e della robotica nelle aziende, con la marginalizzazione dell’intervento umano e la conseguente disoccupazione.

Il culmine del processo è rappresentato da un’ingegneria genetica che si spinge sino alla clonazione degli embrioni umani, all’utero in affitto (barbarica mercificazione della donna) e che sembra non tollerare alcun tipo di argine etico ai propri studi.
Sempre per il bene dell’umanità… ci mancherebbe! Un’umanità che tuttavia sembra non accorgersene, considerato che una ristretta casta, appena l’1% della popolazione mondiale, detiene il 99% delle ricchezze dell’orbe terracqueo.
La meditazione proposta da Heidegger ci riporta più che altro ad una presa d’atto speculativa essenziale: il fatto cioè che il pensiero umano tenda ad oggettivare le proprie conoscenze, al fine di rendere impiegabili sia queste ultime, sia ciò a cui esse si riferiscono, vale a dire gli enti concreti della realtà. La tecnica consiste quindi nella precisa modalità in cui il raziocinio umano oggettiva tanto gli enti, quanto l’essere, al fine di poter manipolare entrambi secondo l’orizzonte della strumentalizzazione e dello sfruttamento.
Di qui la teoria del filosofo tedesco e la necessità di un “Pensare altrimenti” dal titolo dell’ultima opera di Diego Fusaro presentata nel corso del suo apprezzatissimo intervento al Convitto Bonghi.
Se le dotte disquisizioni di Heidegger o di idealisti come Fusaro vi sembrano troppo astratte e non in grado di dimostrare la nocività del dominio della tecnica, vi è da dire che è stata la fisica stessa a dimostrare tutti i propri limiti essendo giunta a un punto di non ritorno.
La teoria della relatività e la fisica quantistica se sono in grado di spiegare le leggi dell’universo non sembrano conciliabili (allo stato) tra loro. La prima funziona se applicata al mondo dell’infinitamente grande (stelle, galassie) ma mostra tutti i propri limiti se rapportata all’infinitamente piccolo (particelle subatomiche ma anche, sotto certi aspetti, i buchi neri come si vedrà).

Secondo il duo Balbi-Pascale sembrerebbe scontata l’origine dell’universo a causa di quell’evento, di alcuni miliardi di anni fa, chiamato “Big Bang”, ovvero la presunta esplosione dalla quale avrebbe avuto origine il cosmo come oggi lo conosciamo. Sta di fatto che applicando la teoria della relatività ai valori di pertinenza si dovrebbe avere una massa enorme di materia (l’intero universo) concentrata in un punto minuscolo dotato di energia infinita, poi oggetto della deflagrazione. Ed è proprio qui che la teoria della relatività mostra delle vistose crepe, i conti non tornano, alcuni valori sono prossimi allo zero mentre altri sono prossimi all’infinito, con i fisici (lo stesso Einstein, prima di tutti) che non sono ancora riusciti a trovare una soluzione. Si parla a tale riguardo e con un certo imbarazzo di “singolarità”.
In prossimità del Bing Bang o dei buchi neri, le equazioni di campo della relatività generale mostrano dunque delle singolarità. Se vogliamo ricorrere a una facile analogia matematica (da prendere con le pinze), si può pensare a ciò che succede quando abbiamo una frazione il cui denominatore tende a zero; il valore della frazione tende a valori sempre più grandi, e in corrispondenza dello zero non è definito.
Singolarità di cui non sembra soffrire l’altra grande teoria, ossia quella della fisica quantistica che ci dice – dimostrandolo sperimentalmente – che la materia così come ci viene mostrata dai nostri cinque sensi semplicemente… non esiste. Che le parti più minuscole della materia non sono particelle ben definite ma onde di informazioni (quasi come quelle di un mega computer) che vagano un po’ di qua e un po’ di là e delle quali non si riesce mai a definire precisamente una posizione ed una velocità nella spazio, secondo quello che è definito “principio di indeterminazione di Werner Karl Heisemberg”. Indispettendo lo stesso Albert Einstein il quale disse al suo collega Niels Bohr (altro grande della fisica quantistica) la celebre frase “Dio non gioca a dadi!” provocando l’altrettanto celebre risposta “Piantala di dire a Dio che cosa deve fare!”.

Se la materia sembra essere costituita da informazioni (onde impalpabili) percepite dai nostri sensi ingannevoli (sin dai tempi della metafisica dei grandi filosofi greci vissuti oltre duemila anni orsono) come particelle, resta da spiegare dove risieda l’origine della materia e di queste informazioni. Da dove provengono?
I filosofi idealisti, posti di fronte al problema del dualismo soggetto (io pensante) e oggetto (la natura come la vediamo) diedero la seguente soluzione: è l’“io”, la ragione umana che nel suo processo cognitivo pone la natura, l’oggetto del pensiero chiamata “non io” da Johann Gottlieb Fichte.

L’oggetto del conoscere e il soggetto conoscente sono una sola cosa: la ragione pone la realtà, mentre una realtà data, non esiste.
Se tutto ciò vi sembra irreale, come il frutto drogato di astratti teorici viventi sulle nuvole (come i filosofi e lo stesso Socrate erano descritti da Aristofane, commediografo greco vissuto nel V secolo A.C.), prestate ancora un po’ di attenzione.
Accantoniamo per un attimo la metafisica – se vi sembra inutile – e portiamoci all’interno della fisica quantistica.
Esiste un esperimento che dimostra come una particella non esiste in tale forma di per sé ma viene ad esistenza soltanto se e quando la relativa onda di informazioni interagisce con l’osservatore.
Come?! La particella non esiste se non viene osservata, quindi studiata o conosciuta! Non vi sembra una conferma di quanto affermato dagli idealisti?
Osservate con attenzione il video dell’esperimento della cosiddetta “doppia fenditura” che vi proponiamo di seguito. Non è fantascienza ma una formidabile dimostrazione della fondatezza delle teorie quantistiche.
In definitiva può dirsi che, contrariamente a quanto asserito dai sacerdoti del monoteismo della tecnica, la metafisica ha una sua importante funzione che, se non altro, è quella di dimostrare che non esiste soltanto la materia (anzi per certi versi la materia non esiste) e che esiste tutto un mondo dell’immateriale che merita di essere approfondito e indagato. Un mondo ove esiste un essere, anzi l’Essere per eccellenza. Un soggetto che non può essere ridotto a semplice strumento economico, a forza lavoro o a consumatore perché è portatore di un valore infinito e incommensurabile, non riducibile a oggetto, a cosa.
Eraclito (filosofo nato a Efeso nel VI sec. A.C.) insegnava:” Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell'anima: così profondo è il suo lógos.
Il logos è il principio unico creatore dell’universo, non indagabile fisicamente, ma metafisicamente dalla ragione.
Un monito, quello di Eraclito, troppo frettolosamente accantonato dagli approssimativi cultori del Moloch tecnicista.

(Per approfondimenti sulle implicazioni tra metafisica e fisica quantistica e sulla natura immateriale della coscienza umana si consiglia la lettura di P. Davies, “Dio e la nuova fisica”, Mondadori 1994, p.84 così come dell’opera di Karl Popper).

Ettore Orlando



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