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Foggia: presentato il libro di Domenico Seccia, "La mafia sociale"
«Quale senso di legalità diamo alla città, se non garantendo il rispetto di quell’art. 2 che detta l’uguaglianza davanti alla legge? Se ci disgreghiamo, vincono loro, nutrendosi anche dell’elemento sano della società»

Foggia, 12.09.2013 - Lo scorso 11 settembre si è svolto, nel chiostro S. Chiara, a Foggia, l’incontro per la presentazione dell’ultimo libro di Domenico Seccia, procuratore capo della Procura di Lucera, “La mafia sociale”. Ad aprire la serata è stato il sindaco della città, Gianni Mongelli. Ernesto Tardivo, direttore de “La Gazzetta del Mezzogiorno”, ha moderato il dibattito. Erano presenti anche Michele Trecca, responsabile della Libreria Ubik di Foggia, Daniela Marcone, coordinatrice di “Libera” per Foggia, e Guglielmo Minervini, assessore alla trasparenza della Regione Puglia.
Mongelli ci ha tenuto a sottolineare da subito che il suddetto libro è uno “schiaffo” al sindaco, dal momento che, a suo dire, la città di Foggia si sta impegnando. Anzi, «l’antimafia qui c’è già». Con tale affermazione quasi sembra cercare di riprendersi da quanto affermato in prcedenza: Foggia si accende solo per le competizioni elettorali. Rivolgendosi direttamente a Seccia, dice di essere convinto del fatto che il suo lavoro ha portato frutti a Cerignola, Sannicandro, Rodi, ma non a Lucera.
Per Trecca, ogni aggettivo suona retorico per definire il concetto di mafia. Ma una cosa è certa: il titolo del libro vuol significare che il fenomeno ha un radicamento sociale, e fa da eco al precedente “La mafia innominabile”, dello stesso autore. Il discorso assume poi toni aulici e poetici, passando improvvisamente all’elogio della cultura e agli episodi del sabato sera. In seguito, dà un aggettivo (non retorico) al libro: non pacato, ma appassionato, ricco di frasi nominali ed immagini icastiche.
Per la Marcone, i testi importanti hanno come autore Seccia. La critica letteraria da lei fatta è ancora più poetica: periodare veloce, capitoli brevi ma intensi, racconto a mo’ di fiabe col lupo cattivo. Dal suo punto di vista, tutti noi saremmo addirittura affetti da vero e proprio disturbo psichico: all’analisi letteraria si aggiunge quella scientifica. Accenna poi ai «processi importanti» della storia di Foggia, tra cui spicca quello “Panunzio”, ed al fatto che l’errore è stato quello di considerare il fenomeno mafioso in modo frammentario. Cita il passo per lei più «coinvolgente» del libro, quello sulla società civile: «Le cose che non si sanno non sono. Insieme possiamo realizzare il cambiamento. Il mestiere del giudice è allertare i fatti, ma anche accogliere il destino della gente. Essere magistrati è conoscere se stessi e l’altro».
Secondo Minervini, un libro è sempre un libro. Tuttavia, ci sono quelli che non lasciano traccia e quelli che, al contrario, scatenano dibattiti. Il libro parla alla nostra coscienza. Quello in questione è destinato a lasciare un segno. Seccia sta provando a dare un nome alle cose per farle emergere. Quelle raccontate non sono storie accidentali di violenza, ma rientrano nel più complesso fenomeno detto “mafia”. L’assessore ravvisa nello scritto la ricostruzione dell’evoluzione del fenomeno mafioso in Capitanata: la mafia si è affermata come leva per modernizzare tale territorio, conquistando l’economia del mattone, assumendo il controllo di pezzi dell’istituzione. Da ciò scaturisce la riflessione che l’assenza di tali episodi, sebbene sia un’utopia, deve essere resa raggiungibile.
Conclude l’incontro l’autore, il quale spiega innanzitutto la ragione per cui ha scritto ben due libri sulla mafia: era troppa l’indifferenza. Il cancro vive nel corpo senza consentire una giusta coscienza: siamo divisi dalla mafia. Per questo, si dovrebbero indirizzare le risorse – soprattutto quelle economiche – direttamente al cuore del problema. Riassume poi il concetto di clan nell’espressione «gruppo isolato, oligarchico, che ha bisogno di consolidare se stesso». D’altra parte: «Quale senso di legalità diamo alla città, se non garantendo il rispetto di quell’art. 2 che detta l’uguaglianza davanti alla legge? Se ci disgreghiamo, vincono loro, nutrendosi anche dell’elemento sano della società».

Greta Notarangelo



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