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Giovanni Allevi: «È nell'ascoltatore che si realizza l'opera d'arte»
«A ventott’anni vivevo in un monolocale a Milano, dove passavo le giornate a scrivere musica ed a fare il cameriere per pagare l’affitto»

Lucera, 30.08.2011 - «Iniziamo con un po’ di dolcezza». Introduce la serata con un fil di voce, Giovanni Allevi, che entra in scena correndo, le braccia spalancate ed il volto coperto da una capigliatura non indifferente. Sorride, saluta il suo pubblico come un vecchio amico ritrovato dopo molto tempo.
Si conclude egregiamente, con il concerto del giovane pianista tenutosi alle ore 21:30 lo scorso 27 agosto 2011, la rassegna degli eventi che hanno scandito l’estate lucerina 2011. A fare da cornice a quello in questione è stato l’anfiteatro romano dell’omonima cittadina, che ha contribuito ad offrire, in un abbraccio caratteristico della sua struttura ellittica, un susseguirsi ininterrotto di emozioni.
Solo qualche istante dopo lo vedi ricurvo sullo strumento, anzi fuso con esso, soprattutto se il protagonista della serata indossa, volontariamente o meno che sia, una t-shirt ed un paio di pantaloni nero carbone.
Ciò che, a colpo d’occhio (“d’orecchio”, per i perfezionisti), suscita stupore, è la repentinità con cui quest’artista, viaggiando da un cantone all’altro della propria anima, ti trasporta negli angoli più remoti della musica. Difatti, si passa dalla “dolcezza” composta del primo brano, nel quale le note sembrano giocare a guardie e ladri, alla già più manifesta frenesia del secondo, che propone il caotico panorama di una megalopoli come Tokyo. Qui, partendo da un ansiogeno intervallo di terza minore, Allevi concepisce una musica fortemente sincopata e, talvolta, ricca di reminiscenze del jazz, al termine della quale risulta alquanto complesso intonare il suddetto intervallo.

 

Affetto: è il tratto, peculiare di questo personaggio, di per sé evidente, ma ulteriormente palesato nell’amabile composizione “Close to me” (Vicino a me). Infatti, a suo dire, «…ho sempre cercato una vicinanza col cuore dell’ascoltatore, perché è nell’ascoltatore che si realizza l’opera d’arte». Riflessione, questa, fin troppo esaustiva per eventuali esplicazioni, ed altresì non casuale, se si considera che Allevi si laurea in filosofia nel 1998. «Per questo alla fine del concerto vorrei essere io a chiedervi l’autografo» continua ironicamente, portando sovente la mano sul petto quasi a rammentare ai suoi fans che lui è un uomo, prima ancora che un artista di non poca fama. Da musicista-filosofo o filosofo-musicista qual è, ornamenta la serata con pensieri sentenziosi che provengono dal suo stesso cuore. «Siamo alieni. La nostra anima non ama essere omologata. Ognuno di noi è unico. Possiamo assumere infinite forme, come l’acqua». Non a caso, “Giochi d’acqua” è il titolo di una delle sue graziose gemme musicali. In effetti, tale composizione, dal timbro spiccatamente onomatopeico, rievoca un costante alternarsi di zampilli e gocce d’acqua, il tutto, magari, inserito in un mirabolante spettacolo di cascate.
L’accortezza del musicista si nota nella successione dei vari brani. Allevi accosta saggiamente, ad una musica irrequieta, una delicata e cantabile melodia. “L.A. Lullaby” è una ninna nanna dedicata a Los Angeles, città di periferia da lui definita «…di una tristezza…». Il pubblico sorride concorde, ormai vittima della simpatia dell’artista, il quale, dopo avere chiuso ogni suo pezzo con un gesto tipicamente orchestrale, lo ringrazia tenendo le mani strette l’una con l’altra. Ogni suo pezzo è una morale di vita. In quello che s’intitola “Go with the flow” (Segui la corrente), invita metaforicamente a seguire le proprie inclinazioni. «Senza fretta, con calma» aggiunge scrupolosamente. «Sei grande!». Qualcuno tra gli spettatori conferma la stima diffusa nei suoi confronti. «Grazie. Devo venire più spesso qua» controbatte argutamente. «A ventott’anni vivevo in un monolocale a Milano, dove passavo le giornate a scrivere musica ed a fare il cameriere per pagare l’affitto» continua in tono più serio. «Una vita un po’ depressiva». Bastano pochi elementi ad ispirare la fantasia di questo pianista, che tramuta in musica l’entusiasmo scaturito da un raggio rosso di sole entrato una mattina alle 7:30. «L’entusiasmo se n’è andato, ma per fortuna è rimasto il pezzo» commenta in maniera scherzosa.
Seguono poi, quasi fossero estratti di un’unica suite, le composizioni più graziose ed orecchiabili. «Solo chi ama è in grado di vedere l’altro com’è veramente». Introduce in modo sentimentale il brano “Come sei veramente”, mentre “L’orologio degli déi”, nel quale ogni suddivisione ritmica equivale alla durata di un secondo, è così chiamato perché «…questo è il mio brano, dal significato filosofico, sul passaggio dall’eternità all’esistenza, segnato dal primo battito cardiaco. Sia esso di uomo o animale, per me ha sempre origini divine». Ma la parte sicuramente più bizzarra è un inconsueto “Sogno di Bach”. «Adesso ascoltiamo cosa accade quando la musica di Bach incontra la musica da discoteca». Forse un implicito ammonimento alle nuove generazioni, avvezze a remix d’ogni sorta. E la risposta a “Memory”, «…ricordo insostenibile che diventa più dolce se sublimato attraverso le note», è un caloroso “Abbracciami”, a proposito del quale il pianista spende qualche parola. «Suonerò queste note con tutta la passione che ho addosso e ve le dedico». Singolare, invece, la toccante “Meditazione per sola mano destra”, «…il regalo più bello che la musica abbia potuto farmi», soprattutto se ad essere la dedicataria di questo piccolo gioiello musicale è una giovane pianista priva di quella sinistra a seguito di un incidente.

«E siamo arrivati all’ultimo brano di questo concerto». Parole di non facile accettazione di fronte ad una personalità di tale calibro che, tuttavia, è spesso contrastata da numerosi detrattori. Questi ultimi spesso serbano nei propri animi la sola persuasione di possedere competenze tali da poter esprimere un giudizio sincero. Ciò senza tener conto delle tante risorse (nel significato più esteso del termine) impiegate nella composizione di un’opera accettabile. D’altra parte, non è nell’ascoltatore che si realizza l’opera d’arte? “Intelligenti pauca” proferisce qualcuno con tanto ardore.
«“Jolie” è un brano ritmico, pieno di gioia e felicità, ma per me talmente difficile da suonare che non trovo nulla di felice dal mio punto di vista». Allevi chiude con una fervida spannung, ma vuole, come qualsiasi individuo ancora un po’ sensibile può ben comprendere, concedersi qualche istante per riprendere fiato. «Siccome io sono una persona ansiosa, ho scritto questo brano appositamente per respirare».
“Aria”. Apparentemente il titolo di questo brano non dice nulla. Sembra esso stesso fatto d’aria. Ma, come sempre, non v’è significante senza significato. Il risultato è un fluire di suoni concatenati. L’inizio e la fine del pezzo si smarriscono, in mezzo a questo copioso sgorgare. Il brano è arrivato al suo esito. Probabilmente nessuno se n’è accorto, dato che la gente continua a restare inchiodata a palchetti e sedie come se la macchina del tempo fosse pronta a tornare indietro di qualche ora.

Greta Notarangelo



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