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D’Ambrosio, formazione e partecipazione: pilastri per l’etica della politica
La sua analisi evidenzia uno «stato di divorzio, tra etica e politica, risalente ad oltre 500 anni fa; da quando Niccolò Machiavelli teorizzò con Il Principe il cinico pragmatismo della politica»

Castelnuovo della D., 05.11.2010 - «Chissà perché di Etica della Politica se ne parla soprattutto nei periodi di crisi. Quasi ad evocarne, scoraggiati, una sorta di terapeutica funzione salvifica». È partita da questo quesito minimo la “speculazione intellettuale” del prof. Rocco D’Ambrosio, nel gremito cineteatro “L. Zuppetta” di Castelnuovo della Daunia, per l’incontro programmato da Ecotium, nell’ambito delle attività del Distretto Culturale Daunia Vetus, sui temi dell’Economia dell’ozio.
Don Rocco D’ambrosio insegna Filosofia Politica presso la Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma, è docente di Etica della Pubblica Amministrazione presso la Scuola Superiore dell’Amministrazione del Ministero dell’Interno ed è membro del Comitato Etico della Banca Popolare Etica. Inoltre, è giornalista pubblicista, dirige il periodico di cultura e politica “Cercasi un fine” (www.cercasiunfine.it) e dal 2002 coordina e dirige alcune scuole di formazione all’impegno sociale e politico in Puglia.
La sua analisi evidenzia uno «stato di divorzio, tra etica e politica, risalente ad oltre 500 anni fa; da quando Niccolò Machiavelli teorizzò con Il Principe il cinico pragmatismo della politica». Sovvertendo la tradizione aristotelica di una polis attenta al “bene comune”, con i tecnicismi e i suggerimenti alla classe dirigente, utili a una scientifica e spietata conservazione del potere.
Pratica che in Italia, negli ultimi anni soprattutto, e in forza di un diffuso deficit etico propagatosi fra la stessa cittadinanza, conosce la riprovevole piega della “perversione”. In particolare, quando è applicata a difesa di personali impunità. Ancor più se è esercitata dalle cariche istituzionali del Paese. Non a caso, in Italia, la corruzione registra indici di crescita direttamente “esponenziali” al deficit di trasparenza abitualmente perseguita. Un parametro che vede il Paese precipitare vistosamente nelle relative classifiche da dieci anni a questa parte.
Per uscire da questa cosiddetta “democrazia morbida”, la ricetta di don Rocco D’Ambrosio recita: «In una crisi di stato di diritto, se ne esce solo col Diritto». Attraverso una decisa educazione alla legalità e soprattutto «favorendo processi di formazione e pratiche di solidarietà, di partecipazione e di cooperazione».
I riferimenti ad Aldo Moro, a don Lorenzo Milani e a don Tonino Bello restano faro luminoso per ciascuno nell’individuare «la politica come programma, progetto, apprendimento, tirocinio, studio», il cui servizio deve tendere a migliorare la qualità di vita delle città. Un contesto dove, anche per i cattolici in politica «non importa l’appartenenza, ma la coerenza». Affrontare, in definitiva, il degrado umano con una presenza che sappia «denunciare, rinunciare e annunciare».
Il servizio alla politica, perciò, deve saper denunciare i motivi che portano all’ingiustizia, allo sfruttamento, all’emarginazione; deve rinunciare al potere e all’interesse di parte, alla disonestà e all’indifferenza verso chi ha bisogno; e deve annunciare quei principi etici di discernimento per la formazione delle coscienze.
«Un servizio necessario all’umanità», ha ricordato Mons. Domenico Cornacchia, Vescovo della diocesi di Lucera-Troia, «definito in tal senso da Paolo VI e dal Concilio Vaticano II», per tendere a quel diritto alla felicità, tra i diritti inalienabili dell’uomo, sancito anche nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. E nel far propri gli incitamenti filosofici del prof. D’Ambrosio, ha esortato chiosando con il celebre sigillo kantiano: «L’onestà è sempre la migliore di ogni politica».

Antonio V. Gelormini



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