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Gli allevatori e la Corale Santa Cecilia di Lucera in Vaticano per la Festa di Sant’Antonio Abate
Alle 10:30 la Santa Messa e, al termine, la sfilata dei cavalli di varie razze in piazza Pio XII, dove si potranno ammirare in via eccezionale i Butteri della Maremma

Lucera, 15.01.2009 - Tantissimi pullman. 10mila persone provenienti da tutta Italia. Il doppio rispetto alle prenotazioni fatte registrare lo scorso anno per la stessa ricorrenza organizzata dall’Associazione Italiana Allevatori all’interno dei quali organi direttivi vi troviamo il lucerino Sergio Pompa. Don Luigi Di Condio – a cui è affidata la conduzione della chiesa di San Domenico di Lucera che ospita, tra l'altro, la Corale Santa Cecilia “don E. Di Giovine” per le prove – è il punto di riferimento dell’importante evento che si terrà a Roma, in piazza San Pietro, dove gli allevatori si ritroveranno per la Festa di Sant'Antonio Abate, protettore degli animali e patrono degli allevatori. Un raduno che quest’anno si tiene per la seconda volta dopo quello del 2008.
Così come per la seconda volta ad animare la messa – celebrata dal Cardinale Angelo Comastri (arciprete della Basilica e vicario del Santo Padre per la Città del Vaticano) e concelebrata dal Cardinale Agrè della Costa d’Avorio e da vari Vescovi – sarà la Corale Santa Cecilia di Lucera, vanto della città nostrana ed apprezzata ormai in ogni dove. Alle ore 10:30 del 17 gennaio prossimo, Riccardo Tibelli si posizionerà anche quest’anno, certamente non poco emozionato, davanti all’organo a canne il cui uso, da quel che è dato di sapere, sarebbe concesso fin qui alla sola Corale lucerina. Privilegio ed onore non da poco.
Al termine della Santa Messa ci si sposterà in piazza Pio XII, dove il Cardinale Comastri impartirà la benedizione ad operatori del settore e agli animali (bovini, bufali, pecore, capre, cavalli, asini, conigli, polli e cani…) ospitati in appositi recinti allestiti dall’A.I.A. In particolar modo si porrà apprezzare la sfilata dei cavalli di varie razze, e in particolar modo si potranno ammirare i Butteri della Maremma.
Una tradizione antica, quella della ricorrenza di Sant’Antonio Abate, che si tramanda da secoli e che ancora oggi è oggetto di profonda devozione nelle campagne italiane, testimoniata dalle immaginette votive esposte nelle stalle.
La festa di Sant’Antonio Abate è per l’Aia anche un modo di rendere omaggio ai veri protagonisti della zootecnia nazionale: allevatori, tecnici, operatori ai più diversi livelli, che rappresentano un importante patrimonio di competenza e professionalità, una risorsa tecnica e socioeconomica per il Paese e la speranza per un futuro di progresso del settore.

E sempre in tema di eventi e di avvenimenti di casa nostra, vale la pena qui ricordare che il prossimo 8 di febbraio, in occasione della ricorrenza dei 150 anni dell'apparizione di Lourdes, sarà inaugurato il preziosissimo “Ostensorio di Raffaello”, realizzato tutto in oro e su cui scrivemmo già su queste pagine (leggi l'articolo). L’ostensorio sarà portato in processione e benedetto dal Cardinale Prefetto dei Vescovi in Vaticano. Una realizzazione resa possibile grazie alla donazione del prezioso metallo da parte di numerosissimi fedeli della chiesa di San Domenico retta da don Luigi Di Condio. Cinque chili e ottanta grammi di oro raccolto ed affidato alla preziose mani dei Fratelli Savi – ritenuta la moderna bottega del Vasari – per un piccolo capolavoro finale di tre chili e cinquecento grammi arricchito (in corso d’opera) con la incastonatura di cinque diamanti e pietre acquamarina.

Roberto Notarangelo

Sant’Antonio Abate: tra storia e leggenda

Nato nel villaggio di Coma, nel cuore dell’Egitto, intorno al 250 d.C., Sant’Antonio Abate è morto ultracentenario nel deserto della Tebaide il 17 gennaio del 356, nel suo eremo sul monte Qolzoum. Seppellito in un luogo segreto, soltanto nel 561 fu scoperto il suo sepolcro e le reliquie cominciarono un lungo viaggio, da Alessandria d’Egitto a Costantinopoli, fino in Francia, dove, tra il IX e il X secolo, a Motte – Saint-Didier, fu costruita una chiesa in suo onore e dove sorse l’ordine degli Ospitalieri, detti appunto “Antoniani“; ordine poi approvato nel 1095 da Papa Urbano II e che avrà proprio il compito di prestare aiuto ed assistenza ai malati di “fuoco sacro”. Attualmente è sepolto nella chiesa di Saint Julien, ad Arles (Francia).
Antonio Abate, cresciuto in una famiglia cristiana di agricoltori, dopo la morte dei genitori, tra i 18 ed i 20 anni, si ritirò nel deserto della Tebaide (Alto Egitto) a lavorare e pregare, in un’antica tomba scavata nella roccia, rispondendo con digiuni e penitenze ad ogni genere di tentazioni del demonio.
È l’ispiratore del motto “Ora et labora”, poi adottato dai Benedettini.
Nell’iconografia della Chiesa il Santo è quasi sempre effigiato con a fianco il maialino. Per questo nella religiosità popolare il maiale cominciò ad essere associato al grande eremita egiziano, considerato il santo patrono di questa specie e, per estensione, di tutti gli animali domestici e della stalla. Così il patrono degli animali preserva maiali, buoi, cavalli, galline, conigli e tutte le altre bestie del podere da ogni epidemia e da ogni disgrazia. Nella sua iconografia compare, oltre al maialino, anche il bastone degli eremiti a forma di T, la “tau” ultima lettera dell’alfabeto ebraico e la campanella, quasi sempre in mano al Santo.
Nel giorno della sua festa liturgica, il 17 gennaio, si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici sui sagrati delle chiese.
È anche patrono di quanti lavorano con il fuoco, come i pompieri, perché guariva da quel fuoco metaforico che era l’herpes zoster, nota appunto come “fuoco di S. Antonio“ o “fuoco sacro”. Per millenni, ed ancora oggi, si usa in molti paesi accendere nella ricorrenza i “falò di Sant’Antonio”, che avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnano il passaggio dall’inverno alla primavera.

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