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Dove fanno il deserto lo chiamano pace, di Adelia Mazzeo

Peace 2025: lo scorso 14 ottobre,in seguito al vertice di Sharm El Sheikh, è stato firmato da numerosi capi di Stato l'accordo di pace proposto da Donald Trump nel corso di una sfarzosa, scenografica cerimonia nella località balneare del Sinai, perché la lunga e sanguinosa guerra nella striscia di Gaza vedesse finalmente la parola fine. Oltre un mese è trascorso da quel giorno e, più che una rassicurante certezza, la pace auspicata appare piuttosto come una malferma speranza.

Più di 730 giorni di guerra spietata e crudele, oltre 67mila vittime, contate soprattutto tra civili, anziani, donne, bambini, non si cancellano con un colpo di spugna.

Continuano a giungere notizie di nuovi attacchi, di altre vittime che vanno ad aggiungersi ai racconti degli ostaggi liberati: racconti di inaudite violenze subite, racconti che fanno rabbrividire, perché nulla hanno di umano. Il male perpetrato non si cancella.

I corpi degli ostaggi morti usati come merce di scambio, nessuna pietà per le vittime, né per le famiglie che le piangono. Una delle più toccanti pagine dell'Iliade omerica ci racconta come il vecchio Priamo, re di Troia, si rechi alla tenda del crudele Achille per chiedergli che venga restituito alla sua famiglia e al suo popolo il corpo martoriato di suo figlio Ettore, bacia quella mano assassina e Achille, lo spietato Achille, si scioglie in un pianto pregno di compassione e rende al vecchio padre dolente il cadavere dell'amato figlio perché gli sia data degna sepoltura.

Fare fuoco su gente affamata che si riversa sui viveri portati a fatica dagli aiuti umanitari, ed ora anche il freddo, le piogge che rendono inagibili le tende di fortuna, ricovero di chi è sopravvissuto allo sterminio di familiari e amici, e continua a vivere, suo malgrado, con la morte nel cuore.

Quanto attuali risuonano le parole che lo storico latino Tacito fa rivolgere da Calgaco, capo dei Caledoni, ai Romani vincitori? "Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero… Rubano, massacrano, rapinano e, falsi, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto, lo chiamano pace”.

E poi si arriva all’assurdo: menzionare Donald Trump come possibile premio Nobel per la pace equivale a una bestemmia. L'espressione beffarda, il piglio arrogante, la naturale volgarità, persino la megalomania della firma per ipovedenti stridono con l'idea di pace, che si associa generalmente alla mitezza, all'umiltà.

Non è certo da Nobel per la pace l'intento di sospendere, per un killer afghano, l'immigrazione dai non meglio identificati paesi del Terzo Mondo.

È offensivo, è offensivo verso chi, come Martin Luther King, Nelson Mandela, Madre Teresa di Calcutta, il premio Nobel per la pace lo ha meritato, senza certo richiederlo, scegliendo di vivere accanto agli ultimi, con coraggio, senza clamore, in punta di piedi.

Non è pace una pace che sanguina.

Adelia Mazzeo

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