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Luoghi di Capitanata
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(…continua dalla pag. precedente) In epoca romana il sito perse gradatamente vigore demografico per il trasferimento degli abitanti nella piana più fertile di Carpino. Ma altre tombe del periodo paleocristiano rinvenute in prossimità di Niuzi, piccola frazione di Ischitella tuttora abitata che in vernacolo locale suona “Nivize”, come a suggerire lontani legami con la Nivize dalmata, attestano la frequentazione umana della località ancora in età tardo-antica ed altomedievale.
Il tracciato stradale che collegava la Civita alla pianura di Carpino ed al Lago di Varano è da identificarsi, presumibilmente, con la antica Via di Mercadante, la attuale “carrara”, che ha origine in prossimità del Ponte di Scarcafarina, proprio dove il torrente Correntino ha inciso un profondo solco nel vallone, tale da mettere a nudo una ripida parete rocciosa di bianco calcare, alta quasi venti metri sul greto del torrente. In quest’area è rilevabile uno degli aspetti geologici tipici del Gargano, caratteristico per la notevole “eteropia di facies” (variazione degli ambienti di sedimentazione). Il lato destro del Correntino che comprende il Monte Civita ed il Monte Tribuna, rientra negli affioramenti della scogliera organogena della Formazione di Monte Sant’Angelo risalente al Senoniano (Cretaceo medio-superiore), costituito da calcari compatti nei quali si rinvengono numerosi fossili della classe lamellibranchi (cardium); il lato sinistro, invece, è compreso, in successione discontinua lungo gli argini del Correntino, negli affioramenti di avanscogliera della Formazione di Rodi Garganico risalente al Malm (Giurassico Superiore-Cretaceo Inferiore) ed è costituito da calcari micritici (calcite microcristallina) inglobanti rilevanti quantità di selce a lenti e noduli. Le due “Formazioni”, per le caratteristiche diagenetiche, deriverebbero da sedimentazioni in acque basse di scogliera prospiciente il mare aperto la prima, e da sedimentazione in acque profonde di avanscogliera la seconda. Il rapido e sommario accenno alla condizione geologica della zona è utile per spiegare, in parte, la notevole e diffusa quantità di selce reperibile nell’area nord-orientale garganica, la cui presenza è certamente legata alla natura silicea dei resti di microrganismi planctonici che, sedimentandosi in acque profonde, concorsero alla formazione degli ambienti di avanscogliera. Questa proprietà, sicuramente in associazione con altre caratteristiche ambientali favorevoli alla vita umana, ha motivato una notevole concentrazione di insediamenti databili dal paleolitico inferiore all’età protostorica. Peraltro la consultazione di carte tematiche che corredano le numerose pubblicazioni esistenti sull’argomento, offre una chiara veduta d’insieme della densità spaziale e temporale dei siti preistorici e delle miniere di selce.
Andare per la “carrara” di Mercadante, è come risalire indietro nel tempo, scartabellando in un vastissimo archivio depositario delle uniche testimonianze del periodo più lungo e sconosciuto del divenire dell’uomo. Gli scarti e gli strumenti finiti di selce, disseminati in superficie nelle diverse località dai singolari toponimi di Varisce, di Cardosa, già esplorati nel 1872 dal piemontese Angelo Angelucci, raccontano solo un aspetto delle vicende legate all’esistenza umana dei tempi più arcaici. Centinaia di migliaia di anni ci separano dai ciottoli scheggiati della primitiva “pebble culture”, e le amigdale acheulleane, le punte musteriane o i tranchets del campignano, permettono una lettura dei modi di vita di quei nostri progenitori piuttosto scontornata, limitata unicamente alla parte più strettamente materiale. Parecchi sono gli anelli della catena mancanti, e che mai forse potranno ricostruirsi, per disporre di un archivio più decifrabile che c’informi meglio sui loro aspetti somatici, sui costumi, sugli usi e sul loro “mondo spirituale” appena affiorante dai segni delle prime inumazioni, dagli enigmatici graffiti e dalla più o meno complessa arte parietale. In questo aspro mare di pietre, però, non è impossibile, individuandone nessi non direttamente percepibili, desumere aspetti finanche esistenziali.
Con cauta fantasia ( anche una ispirata immaginazione talvolta è necessaria) si può pensare, infatti, ad un’altra simile e lontanissima sera autunnale, quando dall’alto di queste colline, ancora rivestite di rigoglioso abito dipinto di verde e di ruggine, i primitivi umani, intuendo la loro particolare condizione spirituale, sorpresi per quel “diverso strano sentire”, si intenerivano per il tremulo, liquido sfumare di un tramonto rosso nelle grigie acque del lago di Varano.

Francesco Ferrante



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