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Carlantino: il futuro nel museo

Abitanti 1.300 (erano 2150 nel 1963) e giovani che si contano sulle dita di una mano. E tutto intorno un rallentamento di vita che stenta a scorrere tra smottamenti, dissesti idrogeologici e case rovinate dal terremoto del 31 ottobre del 2002. È Carlantino, piccolo centro del Subappennino dauno, dove si tira la giornata con i soli prodotti che una terra, ormai matrigna, si degna di offrire quando l'annata è buona. Ma ora c'è un deposito archeologico che mira a diventare museo, ed «è l'estrema speranza su cui punta questo paese che non vuole arrendersi», confessa il sindaco Vito Guerrera alludendo ai possibili ritorni economici legati alla cultura ed al turismo. Anzi, con sentimenti d’indirizzo quasi propiziatorio, il Municipio ha messo a disposizione del deposito in argomento altri locali aggiuntivi, utili per una più ampia futura agibilità. Un museo, dunque, a conclusione di un'intesa intercorsa con la Soprintendenza ai beni archeologici della Puglia, nel quale continuare ad esporre i circa tremila reperti provenienti da un'area geografica segnata da tracce storiche che vanno dal neolitico antico (circa 8000 anni a.C.) all'epoca angioina (1300 d.C.), passando per l'Età del Bronzo e del Ferro, per il periodo romano repubblicano ed imperiale, e per l'epoca longobarda altomedievale. Un arco temporale segnato, peraltro, da accadimenti di notevole rilevanza storica, se è vero, come a spada tratta sostiene uno studioso ricercatore del luogo, Giuseppe De Marco, abbracciando una vecchia tesi, che la battaglia dei cartaginesi di Annibale contro le schiere di Roma sia stata combattuta, nel 216 a.C., sulle rive del Fortore in agro di Carlantino, anziché sulle sponde dell'Ofanto nel tenimento di Canne.
Ma la storia, per farsi attrazione turistica, necessita di altre emergenze territoriali che testimonino la provenienza dei reperti museali. Così, la gente del luogo unisce alle lagnanze che girano intorno ad una «storia rubata», quelle più concrete che tirano verso le sedi del governo regionale, colpevole, per dirla con il consigliere comunale di Fi Giuseppe De Marco, di «aver relegato nel dimenticatoio le sorti dei piccoli centri del Subappennino dauno». Insomma, come sottolinea anche Emilio Perna, custode volontario e sostenitore convinto dell'importanza del deposito archeologico, «per ridare tono ad un territorio senza altre risorse, sarebbero necessari fondi economici per consentire interventi di scavo nelle località già segnalate». E sono moltissimi i siti d'interesse culturale, disseminati tra il Monte San Giovanni, Santo Venditto, e dappertutto lungo le rive dell'antico fiume Frento. Egregiamente sistemati nei locali del futuro museo, i preziosi reperti archeologici provenienti da queste località occhieggiano dalle vetrine delle bacheche in attesa di tempi migliori. Ed è pazienza millenaria la loro, quasi fossero consapevoli depositari di una lunga storia disseminata negli strati del tempo. Storia nostra, raccontata in sintesi dalle circa 300 monete rinvenute nel sito del Monte San Giovanni, le quali abbracciano un periodo compreso tra la cultura sannitica preromana dell’area abruzzese, la zecca di Lucera, l’Età romana repubblicana, e gli affannati tempi delle dominazioni bizantine, longobarde, sveve ed angioine. Ma non solo. Eloquenti testimonianze dei fermenti storici che hanno agitato le contrade di questo antico casale menato alla vita da Carlo Gambacorta, barone di Celenza Valfortore, provengono dagli innumerevoli reperti ceramici (anch’essi custoditi nel deposito archeologico) che con frammenti di statue di marmo, basamenti di colonne, ed il corredo tombale di un guerriero del V secolo a C. calzante un elmo di richiamo corinzio, quasi materializzano un passato di splendori produttivi (si pensi all’esistenza nella valle di una lunga teoria di forni per la realizzazione di terrecotte, ceramiche e laterizi.
Un passato sul quale, tuttavia, vanno calando le dense ombre dell’abbandono.
Per il corso Europa, via Marconi, via Piave e vicoli laterali, dove spiccano numerose le travi di puntellamento dei fabbricati a rischio, la poca gente della strada scuote infatti la testa: «Il museo? gli scavi? Certo, è una carta da giocare. Ma occorrono interventi urgenti da parte dell'Ente Regione anche per tutti gli altri mali che ci affliggono, se non si vuole che Carlantino e la sua storia finiscano per sempre nel fondo della valle».

Francesco Ferrante



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