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Tra passato e presente: la festa patronale della Madonna del Soccorso

San Severo come Pamplona. Preso all’ingrosso, il paragone regge: a Pamplona, nella Navarra cirenaica, per la feria  di San Fermin si sfida la travolgente corsa dei tori lanciati nell’encierro  cittadino; a San Severo, nella Capitanata settentrionale, si salta invece la misura della prudenza precedendo d’un fiato lampi e tuoni dei potenti fuochi d’artificio che a filari segnano le tappe del tracciato processionale della Madonna del Soccorso. E non meno che a Pamplona, dove spesso l’encierro si fa tragico per le gravi ferite distribuite dai tori, a San Severo i danni causati dalle violenti esplosioni lasciano talvolta traccia di sé: in occasioni diverse – lo ricorda un anziano collega, Giuseppe Antonio Tardio cronista della città - c’è chi ha perduto un braccio, due dita, un occhio. I tentativi di analisi psicologiche e comportamentali, adombrati per dare spiegazione al fatto, hanno spesso arrischiato dotti rimandi ad aspetti folcloristici storico - sociali. Ma che si tratti di “liberatoria esplosione soteriologica della potenza della fede”, o di “ampliate trasposizioni residuali di riti propiziatori”, o anche di “riflessi di condizioni culturali in parte ancora arroccati in granitica tradizione”, il fenomeno tuttavia non regredisce; si accompagna, anzi, ad una sempre più manifesta corruzione dell’antica matrice liturgica. Un tempo la “processione” costituiva il momento centrale della festa popolare, scandita in tempi disciplinati da uniforme schematismo: angeli e santi, provenienti da altri centri della diocesi sanseverese, precedevano la Madonna al cui seguito si snodava un interminabile corteo di popolo devoto e di autorità civili e religiose. Dava luogo il suo andare, a manifestazioni di commossa venerazione: coperte ed arazzi variopinti (i “tuselli”, tenuti in serbo per le grandi occasioni) s’imbandieravano dalle finestre e dai balconi per esaltare la regalità solenne della nigra  Madonna di San Severo. Al lento salmodiare dei fedeli e al “suono vibrante che conturba l’anima” delle bande musicali, l’ondeggiante parata delle statue avanzava per le vie della città, salutata da una pioggia di petali di rose. Ed alto privilegio era portare a spalla il pesante simulacro della Vergine Maria, o di uno qualunque degli angeli di scorta e dei santi accompagnatori. L’atto - assolutamente devozionale -, scioglieva voti, riscattava colpe, sollecitava mediazioni miracolose.
Con i cerimoniali liturgici s’intrecciavano altre  manifestazioni di pubblico richiamo: fuochi d’artificio e corse di cavalli, cuccagne e lotterie, spettacoli di balli e canti, con concerti bandistici orchestrati nella piazza del Municipio. E alla banda, alla banda musicale che in questa città conta lunga tradizione, dicono che vada riconosciuto il merito della lirica inclinazione degli animi sanseveresi alle note del bel canto, a quelle “recondite armonie” per intenderci, che accompagnavano a fior di labbra perfino i contadini nel lungo scorrere del lavoro tra vigne ed uliveti.
Nel nostro tempo, la calma delle antiche usanze grado a grado cede spazio alle esuberanze della società del frastuono. Il rumore sembra essere il denominatore unico, il punto di convergenza di ogni festa popolare, mentre il temperato suono della banda va soccombendo sotto il martellamento di frastornanti watt  sprigionati da impietosi amplificatori. Ed è l’apoteosi dei decibel sui quali domina incontrastato il fragoroso crescendo dei fuochi d’artificio. Non più tanto aerei ed impreziositi da figurazioni coreografiche di spettacolare valore artistico, i prevalenti fuochi di terra – le “batterie alla bolognese” degli esperti amateurs - per l’enorme incremento della potenza stanno superando la soglia della tollerabilità. E sarebbe opportuno chiedersi quali conseguenze le violente sollecitazioni possano causare sugli apparati umani. Che abbiano influenza nociva sull’udito e sui centri nervosi, è un dato accertato dal Ramazzini fin dal principio del XVIII secolo. Ma il rischio aumenta con l’accorciarsi della distanza dal punto di deflagrazione. Ed è proprio questa caratteristica a rendere più deprecabile l’uso di ordigni ad alto potenziale esplosivo: la gente è irresistibilmente attratta dai fuochi d’artificio, quasi ipnotizzata, al punto da ammucchiarsi per tempo ad un palmo dai botti.
Anzi, si assiste ad una fiumana di popolo che muove a tappe forzate tra i diversi punti di allestimento delle batterie per guadagnare le prime postazioni. Sicché non di rado avviene che il corteo sacro, già impoverito per la riduzione del numero dei santi partecipanti, arrivi sul luogo degli spari con la sola Madonna del Soccorso, cui tengono dietro l’Angelo Custode, San Michele, San Raffaele e San Gabriele, assieme ai compatroni San Severo e San Severino ed ai rappresentanti delle autorità civili e religiose. E dunque, se è vero che nelle feste popolari sopravvivano aspetti di vita precristiana di cui si perpetuano, per sincretismo, usanze e cerimoniali propiziatori nella liturgia cattolica, verrebbe da chiedersi se quest’ultima sovrapposta paternità non stia perdendo vigore rispetto alla prima originale impronta pagana.
Eppure i sanseveresi mostrano sincerità d’animo e spirito riconoscente per Maria Santissima del Soccorso. L’appellativo che la distingue – è bene ricordarlo - è legato ad interventi miracolosi che consolarono pene e miserie del popolo nei tristi periodi di carestie, terremoti, epidemie. Traslata dalla Sicilia a San Severo dai Padri Agostiniani nell’anno 1564, la nera Madonna lignea dai tratti bizantini conquistò in breve tempo il cuore della città. Il suo culto, inizialmente promosso dagli stessi Agostiniani, si affermò quasi per naturale spontaneità. L’arciprete Francesco de Ambrosio (1859) nei “Ricordi Storici della divozione alla Vergine SS. del Soccorso” così annota: «…La gente accorreva supplice all’umile ma decente Chiesa, nella quale si venerava la Vergine SS. del Soccorso. Pioveva dirotto? Implorava la serenità e mercé Lei l’otteneva. Arida si faceva la terra, i seminati intristivano, le vigne e gli oliveti illanguidivansi, la gragnuola minacciava distruzione, desolazione la peste? Pregava la cessazione del flagello, e Lei mediatrice finiva. E quando la intercessione sua non giugneva repente [....] uomini, donne, fanciulli e vecchi inneggianti [....] andavano con l’amato Simulacro [...] fino alla Madonna dell’Uliveto che dista dalla città per quattro miglia». Ed anche al Convento di Santa Maria di Stignano, situato a quindici chilometri di distanza nella valle che conduce al Gargano, era consuetudine nei tempi di sconforto portare in processione la nigra sed formosa Madonna del Soccorso con il suo bambinello “bianco”, il cui colore tuttavia s’intonava in origine a quello della Vergine Madre.
Nel 1937, l’otto di maggio, la solenne incoronazione della Madonna a “Regina e Patrona della Città” con il dono di due diademi d’oro tempestati di gemme preziose, finemente lavorati dagli orefici Taviani di Roma. Scenario: l’ampia Piazza Luigi Zuppetta di San Severo che da allora sarà ribattezzata Piazza dell’Incoronazione. Ma il furto delle due corone, perpetrato da ignote mani sacrileghe nel 1985, sebbene sanato prontamente con altri due gioielli offerti dal popolo sanseverese, lasciava trasparire preoccupanti squarci nella solidità di una fede i cui principi morali vengono, nel nostro tempo, sempre più spesso trasferiti in chiesa.

Francesco Ferrante



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