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Torre del Greco: a settembre sarà inaugurata la splendida "Villa delle Ginestre"

Torre del Greco, 04.08.2004 - Mentre continua  lo scontro tra il programmatore della Rai Silvano Vinceti e il Centro Nazionale di Studi Leopardiani sull’ipotesi di riesumare i resti di Giacomo Leopardi per accertarne il DNA, è di poco tempo fa la notizia che, tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre, verrà riaperta al pubblico, probabilmente alla presenza del Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, la splendida residenza vesuviana dove alloggiò il poeta recanatese.
La costruzione fu iniziata verso la fine del seicento dalla famiglia Simioli, al tempo proprietaria del terreno posto sulle pendici del Colle dei Camaldoli di Torre del Greco, ed è ancora circondata dalla ricca vegetazione che ne ricopre i fiumi di lava lasciati dalle eruzioni del Vesuvio. Da essa si gode, da un lato, di una splendida veduta sul mare, dall’altro di quella del vulcano. La costruzione si presenta con un impianto architettonico molto semplice, a pianta quadrata, su due livelli. Il piano terreno è scandito dalle colonne di un portico di gusto neoclassico che, al piano superiore, si apre formando una terrazza. In seguito alle suddivisioni ereditarie avvenute nel XIX secolo, la villa divenne di proprietà della famiglia Ferrigni, che ospitò Leopardi dall’aprile del 1836 al marzo del 1837. Il magistrato Giuseppe Ferrigni aveva sposato Enrichetta Ranieri, sorella di Antonio, amico intimo del poeta marchigiano. Antonio Ranieri accompagnò Giacomo Leopardi negli ultimi anni, fino alla morte avvenuta a Napoli il 14 Giugno del 1837.
L’aria salubre di Torre del Greco giovava alla salute malferma del poeta che, però, amava la vita cittadina. L’isolamento della Villa delle Ginestre, che gli ispirò alcune delle ultime liriche, tra cui la “La Ginestra “, “Il  Tramonto della Luna” e, forse, “I Nuovi Credenti”, era per lui insopportabile. Riuscì a trattenersi tanto a lungo presso la famiglia Ferrigni grazie alle attenzioni di Giuseppe che, uomo colto e sempre a contatto con gli intellettuali della capitale, animò per lui una sorta di salotto letterario presso la Villa di Torre del Greco. La dinastia dei Ferrigni si estinse nel 1907 con la morte di Amerigo, che lasciò la proprietà al cugino Antonio Carafa. Questi ampliò la costruzione, conferendole l’aspetto che ha tutt’oggi. La Villa, passata ai Conti Pervado,nel 1962 fu acquistata dall’Universtà degli Studi di Napoli. Nonostante essa sorga in una zona lontana dal mare e pur non presentando alcuna delle caratteristiche architettoniche che accomunano le ville del cosiddetto “Miglio d’oro” elencate dalla legge del 1971, è stata affidata all’Ente per le Ville Vesuviane e verrà destinata a fare da scenario ad eventi culturali e ad attività di promozione letteraria. Chiusa a seguito del terremoto del 1980, oggi la villa si presenta in tutto il suo splendore. Suggestivo è lo studio del poeta, rigorosamente ricomposto con i suoi mobili originali. Qui, alle falde dello “Sterminator Vesèvo”, Leopardi compose, come una lapide ricorda, due delle sue più belle poesie “La Ginestra” e “Il Tramonto della Luna”. Nella prima (la ginestra è nota anche come fiore del deserto, ed è stata posta dal Ranieri a conclusione dei Canti, per volontà del poeta stesso, perché costituisce l’approdo della sua drammatica vicenda spirituale), l’autore unisce ai toni polemici un’ardente esortazione agli uomini affinché si uniscano fraternamente contro l’ostilità della natura e del destino.

«Qui su l’arida schiena  / Del formidabil monte / Sterminator Vesèvo, / La qual null’altro allegra arbor né fiore, / Tuoi cespi solitari intorno spargi, / Odorata ginestra, / Contenta dei deserti…»

Nell’altra, “ Il Tramonto della luna”, il poeta riprende uno dei più cari motivi della sua poesia, il compianto della bella giovinezza e delle sue speranze e le illusioni incantevoli e caduche, che aveva trovato espressione in “Silvia”, nelle “Ricordanze” e nel “Passero Solitario”, sviluppandosi entro l’immaginazione diletta di un notturno lunare, senza però alcun riferimento alla propria esperienza, bensì in forma di meditazione impersonale.

«Quale in notte solinga, / Sovra campagne inargentate ed acque, / Là ‘ve zefiro aleggia, / E mille vaghi aspetti  / E ingannevoli obbietti…»

Eduardo Gemminni



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