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Istria, l'amore perduto
Camus scrisse: «La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni, ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza»

Varese, 01.06.2006 - A guardarla bene sembra la sorella gemella della Penisola del Sinai. Ma più che gli sconvolgimenti terrestri, che venti milioni di anni fa portarono alla separazione dell’Egitto e della penisola Arabica, Istria ha conosciuto gli sconvolgimenti dei giochi politici e degli accordi internazionali, che nel tempo hanno segnato profondamente la sua storia e quella dei suoi nativi.
Testimone anch’essa, nel corso delle vicende storiche, di un susseguirsi infinito di esodi altalenanti, sia nel senso di marcia che nel ritmo denso dei flussi collettivi, questo triangolo di terra è la penisola più grande che si protende nell’Adriatico. E vanta la penetrazione più a Nord del Mediterraneo, il mare del Sud per antonomasia.
Questo, in effetti, è l’Istria, un concentrato di sud dove il nord si sente più orgogliosamente tale. Un mescolìo di terra rossa con quella grigia, più tipica, fatta di arenaria, sabbia e marna. Una esondazione di verde proveniente da boschi, vigneti e mare cristallino. E poi zaffate di blu cobalto, che con i loro profumi avvolgono cielo e mare nell’orizzonte più profondo.
La penisola fu meta turistica e di villeggiatura piuttosto frequentata ed apprezzata fin dai Romani, che qui costruirono molte cosiddette ville rustiche o “case da vacanza”, lungo la costa e sul piccolo arcipelago delle isole di Brioni. Odierno Parco Nazionale Brijuni, dove sono salvaguardati siti archeologici romani e bizantini, il giardino zoologico con annesso parco safari e una ricchissima riserva di fagiani.
La vocazione naturalistica è una delle prerogative dell’Istria. Lungo le sue strade potete fare chilometri senza incontrare una macchina, ma è molto facile, invece, vederle attraversate da caprioli, scoiattoli, capre bianche o addirittura da preoccupanti cinghiali. Non a caso è paradiso anche per i cacciatori, essendo terra ricca di lepri, fagiani e pernici.
Le sue spiagge, come quelle di tutta la Croazia e delle oltre mille isole che si estendono lungo la sua costa, sono per il 75% rocciose e per il 25% di ciottoli più o meno piccoli. Le spiagge di sabbia sono piuttosto rare, la raccomandazione pertanto è per le provvidenziali scarpette di gomma. Tale caratteristica, per certi aspetti fastidiosa, garantisce però la straordinaria trasparenza e limpidezza delle acque e la possibilità di fare bagni in posti solitari, al riparo degli affollamenti indiscreti ed invadenti.
Pirano, Parenzo e Rovigno; Cristoglie, Montona, Vermo, Degnano e Medolino sono solo alcune delle città che declinano in lingua italiana il fascino complessivo di Histrica. Testimoni di una radice italica intimamente presente, in un territorio oggi sloveno e soprattutto croato. Dove, comunque, l’armonia degli animi consente l’esposizione del tricolore italiano accanto alla bandiera della Croazia e a quella della Slovenia sui diversi Palazzi Comunali, a partire da quello di Pola sua antica capitale.
Pola, una delle città più ricche dell’Impero Romano già con Augusto, diventò secoli più tardi il gioiello fra le nobili città della Repubblica di Venezia. Un’eleganza percepita con forza, ancora oggi, mentre si passeggia ammirando l’arco dei Sergi, porta Aurea o porta Ercole. Passando accanto al tempio di Augusto, alla chiesa della Marina, al Duomo o entrando nell’anfiteatro romano sul mare. L’unico al mondo ad aver conservato integro il mantello esterno e le quattro torri scalarie sporgenti, una per ogni quadrante dell’Arena.
E proprio sotto la porta Aurea troviamo uno dei caffé più conosciuti della città: il bar Uliks (Ulisse), famoso tra l’altro per aver messo seduta ad uno dei suoi tavolini la statua in bronzo di James Joyce, lì sotto le finestre da cui era possibile ascoltare il grande scrittore irlandese che a Pola insegnò per qualche anno.
Il carattere familiare dell’accoglienza, che regna su tutta la penisola, fa sì che qualsiasi tavolo di trattoria sia opportunità da non perdere, per cogliere sapori seducenti e piacevoli da riscoprire nei piatti di una cucina niente affatto elaborata e squisitamente nobile nella sua semplicità.
Dalla jota, i fagioli con radicchio amaro, alle frittate di tartufi e asparagi selvatici. Dalle sarme, gli involtini di verza, agli scampi alla bùsara, antica ricetta dalmata la cui terminologia entrata nel dialetto triestino indica “imbroglio”, che sui fornelli diventa “intruglio”. E ancora le patate in tecia (tegame), le vivaci ajvar, delicate salse di peperoni, e le dolcissime grappe istriane, che secondo una vecchia legge voluta per l’Istria da Maria Teresa d’Austria vanno fatte rigorosamente in casa. Sconvolgente quella con dentro, ad annegare nell’alcool, una sorpresa di fichi maturi.
Una terra ricca di bellezza dentro e fuori, come quella ammaliante delle sue donne e dei figli da loro messi al mondo. Una terra che ci ha regalato il mito affascinante di Alida Valli e la seduzione timida di Laura Antonelli. L’orgoglio di Fulvio Tomizza e la grinta elegante di Nino Benvenuti. La poesia cantata di Sergio Endrigo o ancora l’istrionismo teatrale di Giorgio Strehler e la coerenza austera di Rossana Rossanda.
Per questa terra Camus scrisse: «La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni, ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza». È tempo che noi italiani si decida di tornare a guardare l’Istria con passione e con rispetto. A parlarle d’amore ed insieme ad Anna Maria Mori  «…a riapprezzare la bellezza di questo triangolo di terra con i pini che, incuranti della Storia, si chinano oggi come si chinavano ieri ad accarezzare un Adriatico che in nessun altro posto è così verde e trasparente, in una cornice di rocce lisce e bianchissime. Una terra da troppi amata e troppe volte perduta».

Antonio V. Gelormini



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