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Le Langhe, dove i re maturano in silenzio
Qui la vite e l’invecchiamento del vino sono la continuità delle tradizioni, il segno di una civiltà contadina testimoniata nelle cantine e nelle enoteche di Grinzane, di Barolo, di Canelli e di La Morra. Perché le Langhe invecchiano, ma non diventano vecchie

Varese, 18.07.2006 - È come sentirsi sospesi. Rapiti dal silenzio ovattato di un paesaggio collinare, magicamente cantato da Edmo Fenoglio abituato a perdere il suo sguardo “fin dove la lontananza delle ultime colline non erano più che una nuvola d’incenso in chiesa”.
In questo tempio del silenzio il rispetto dei tempi è filosofia di vita. I ritmi del quotidiano sono dettati dalle nobili esigenze dei re del posto, i cui rispettabili blasoni portano nomi conosciuti come Barbera, Dolcetto, Nebbiolo, Barbaresco e Barolo.
Da Alba a Murazzano, da San Benedetto a Bassolasco, fino a Mombarcaro o Serravalle è un alternarsi senza fine di filari di viti e di alberi di nocciole, di dossi, di valli e di castelli, che fanno delle Langhe uno degli scorci più tipici non solo del Piemonte, ma dell’affascinante e variegato panorama italiano.
Un paesaggio incantevole e suggestivo, un tempo animato “da un mondo di vinti”, come li definiva Nuto Rovelli, tanta era la povertà che vi dominava e che oggi, in zona Cannubi (i vigneti famosi del nebbiolo da Barolo), quota terreni il cui costo, all’apice della qualità, arriva alla stratosferica cifra di 650.000 euro per ettaro.
Tra queste “lingue di terra” segnate da valli profonde, parallele, scavate da torrenti tra il Tanaro, l’Appennino ligure e il Bormida, ogni gruppo di colline conserva gelosamente usi e tradizioni proprie, dialetti diversi e silenzi diversi, accomunati dai belati dei greggi e caratterizzati da un’alternanza di orizzonti segnati e riconosciuti dai rispettivi castelli e dalle relative torri.
Una terra aspra, che la fatica e il lavoro hanno reso dolce e che dal vitigno del nebbiolo produce il più conosciuto e il più prestigioso dei vini italiani: il Barolo. Il Re dei re. Una terra abituata ad aspettare. Che si alzi ogni giorno la cortina nebulosa che avvolge le sue valli, per consentire al sole di baciare i filari di vigneti, o che il nebbiolo diventi Barbaresco, invecchiando nelle botti di rovere. Che i fianchi delle colline sfuggiti ai raggi del sole si trasformino in macchie di boschi per tartufi e selvaggina o che nelle cantine dei Gancia le bollicine si moltiplichino all’infinito, per dar corpo e vigore allo spumante più famoso delle feste in famiglia.
Qui la vite e l’invecchiamento del vino sono la continuità delle tradizioni, il segno di una civiltà contadina testimoniata nelle cantine e nelle enoteche di Grinzane, di Barolo, di Canelli e di La Morra. Perché le Langhe invecchiano, ma non diventano vecchie. Proprio come le botti di rovere o di castagno in cui far maturare rigorosamente il vino, per almeno due dei tre o più anni necessari al Barolo per assumere quella struttura superba, elegante, complessa nei gusti e nei profumi, da farne il rosso più nobile d’Italia.
Un vino non “facile”, da bere con rispetto magari in solitudine o con pochi amici per dedicargli tutta l’attenzione possibile. Affidandosi, invece, al Barbaresco per atmosfere più conviviali, più animate, ma ugualmente canoniche o importanti. Una terra che ha fatto dei suoi prodotti d’eccezione alcuni dei simboli orgogliosi della marca italiana: il Barolo, l’Asti spumante, il tartufo d’Alba ed anche quella che, un giorno, chiamavamo “cremalba” (crema d’Alba), è diventata la passione di grandi e bambini col nome mondialmente conosciuto di Nutella.
Una terra che custodisce con gelosia i suoi patrimoni tra nebbie e vapori, ma che vede come fumo negli occhi l’internazionalizzazione del Barolo con l’arrivo e l’utilizzo delle “barrique”. Un piccolo recipiente di legno francese della capienza di 225 litri, che consentiva un trasporto facile su nave e riduceva i tempi d’attesa dell’invecchiamento (il vino poteva invecchiare anche durante il trasporto). In tal modo il vino cambia, matura e migliora, assumendo le essenze del legno e assorbendo in maniera eccessiva profumi e “bouquet” del nuovo scrigno. E così non è più il vino a dominare, come dicono i moderni sacerdoti di Bacco, ma il legno, che dà vita ad un vino-segatura e ad un vino-truciolo, che non sai più da dove viene o di quale territorio è figlio.
Una battaglia che le antiche botti di rovere vinceranno alla distanza. Abituate ad aspettare e consapevoli che i re di tutti i tempi, seppure rossi, hanno sempre amato i grandi spazi, le grandi dimore ed hanno sempre sofferto ristrettezze e rivoluzioni.

Antonio V. Gelormini



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