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Celenza, riapre San Nicolò
L’ex monastero, chiuso col sisma 2002, ha una lunga storia di possessioni ed esorcismi. La restituzione ai cittadini benedetta dal vescovo e salutata da numerose autorità

Celenza V., 04.08.2010 - A 8 anni dal terremoto del 2002 che lo rese inagibile, martedì 10 agosto riaprirà al pubblico e sarà riconsegnato ai cittadini il complesso monumentale di San Nicolò, anticamente monastero delle Clarisse. L’evento che inaugura la riapertura dell’edificio sacro comincerà alle 19:00. Saranno presenti, tra gli altri, il vescovo di Lucera, Monsignor Domenico Cornacchia; il subcommissario per l’emergenza sismica Giuseppe Capriulo; il viceprefetto di Foggia, Michele Di Bari; l’assessore alla Solidarietà della Regione Puglia, Elena Gentile; la vicepresidente della Provincia di Foggia, Maria Elvira Consiglio e Giovanni Aquilino, direttore del distretto culturale Daunia Vetus, oltre naturalmente al parroco di Celenza Valfortore, Luigi Tommasone, e al sindaco Francesco Santoro.
Storie di demoni e di esorcismi. L’edificazione della chiesa ebbe inizio nel 1622. Fu Andrea Gambacorta a ordinarne la realizzazione nonostante l’opposizione della Chiesa e a dedicare l’opera a una sua antenata, la beata Chiara Gambacorta. Nel 1623 il monastero ospitò le prime suore dell’ordine di Santa Chiara della città dell’Aquila. Da questo momento in poi, la storia del Convento e delle religiose che lo abitarono iniziò a caratterizzarsi per avvenimenti degni di un romanzo noir. Nel 1626, una delle sorelle, suor Angela, portò lo scompiglio non solo nel Monastero, ma in tutta la popolazione di Celenza raccontando di essere percossa dal demonio durante la notte e di essere trasportata dagli spiriti maligni, col favore delle tenebre, da un luogo all’altro dell’edificio sacro. La monaca, circondata dallo scetticismo delle sue compagne, cominciò a denigrare le altre religiose accusandole di essere nemiche dei poveri e prive di ogni carità. Per spaventare le altre suore, nell’oscurità, suor Angela cominciava a emettere urla terribili e cercava di fare quanto più rumore possibile per svegliarle tutte.
Dopo poco tempo, anche un’altra monaca, suor Maria Chiara, cominciò a dare segni di squilibrio mentale: i primi segni della pazzia arrivarono quando, durante una confessione, la religiosa iniziò a farneticare e a ridere senza alcun contegno. In paese, tra la popolazione si fece sempre più forte l’idea che l’edificio e coloro che lo abitavano fossero ormai ostaggio del maligno. I Marchesi, sempre più preoccupati, pensarono di sottoporre il Convento all’esorcismo dei Padri della Compagnia di Gesù. Dalla Campania fecero arrivare due esorcisti: gli abati Capasso e Pedicino. Entrambi curati, gesuiti ed insigni esorcisti, non riuscirono a spezzare il maleficio che sembrava aver contagiato il monastero.
Nella notte del 6 dicembre del 1627, giorno della ricorrenza di San Nicola, il Santo al quale fu intitolata la Chiesa, la prima monaca indemoniata, suor Angela, nel frattempo rinchiusa in carcere, morì in modo terribile. Si diffuse la convinzione che era stato San Nicola ad aver provocato la morte della sorella per liberare il convento dai demoni. Si racconta che solo nel 1629, grazie a un pellegrinaggio al Sepolcro di San Bartolomeo, tutte le suore furono liberate dai cattivi spiriti.

Ma il 7 maggio dello stesso anno, quando tutto sembrava essere tornato alla normalità, la situazione peggiorò nuovamente. Le religiose del convento cominciarono ad avere allucinazioni collettive: raccontavano di vedere uccelli neri, gatti, capre con sembianze demoniache, di udire urla e grida nella notte, ed erano convinte che queste paurose visioni fossero provocate dalle anime intrappolate nella vecchia chiesa su cui era stato costruito il loro monastero.
Soltanto nel 1630, con la benedizione della campana ricostruita, si pensò che il suono “perfetto” della stessa campana potesse finalmente scacciare gli spiriti maligni. Gli episodi inquietanti, tuttavia, non erano ancora finiti. Il 15 maggio del 1631, un fulmine cadde nel focolaio della cucina colpendo suor Cristina: la religiosa finì a terra, sanguinante, ma una volta riavutasi le riscontrarono solo qualche lieve ferita.
Il dipinto-testimonianza. Il fenomeno della possessione all’interno del convento è testimoniato in un grande quadro dipinto ad olio che si trova nella seconda sacrestia della chiesa di San Nicola ed è anche confermato da una iscrizione su lapide composta da Andrea Gambacorta e sita sulla porta d’ingresso della sacrestia, dove si legge: “Dopo aver invocato l’apostolo San Bartolomeo, questi, atterrito l’orco, mise in fuga dal tempio cento legioni di demoni, che ostinatamente insidiavano le claustrali nel cenobio, per cui le monache posero tra i loro tutelari l’immagine votiva del Santo a loro potente benemerito difensore nell’anno del Signore 1632”. Nel 1634, deceduto il marchese Andrea, il monastero fu completato da suo figlio Carlo. Nel 1759 le suore ospitate nel Convento erano 36; nel 1861, invece, erano 25 le religiose che dimoravano nel tempio. Il 7 luglio del 1866 tutta la proprietà del monastero fu svenduta a privati cittadini, mentre le suore, costrette a uscire dal convento, dovettero accontentarsi di una modesta pensione garantita loro dal Governo.
Il Monastero, in seguito, fu ceduto al Comune di Celenza Valfortore con facoltà di adibirlo ad uso di scuole, asilo infantile, ospedale e per qualsiasi ufficio municipale e governativo. In effetti, negli ultimi decenni, fino all’evento sismico del 2002 che causò lo sgombero della struttura, il complesso monumentale ha ospitato la scuola materna, strutture dell’ASL e uffici del lavoro.

Comune di Celenza Valfortore (Fg)
Sindaco: Francesco Lucio Santoro



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