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Pane e olio d’oliva. Da Niccolò Machiavelli a Giuseppe Di Vittorio. Cibo e simboli di una Italia unita dal lavoro
Nelle ultime decisioni di governo per il sostegno dell’attuale crisi causata dalla pandemia mondiale, il mondo politico ed istituzionale ha reagito in tutte le sue angolazioni “ondivaghe”, espressione del premier Conte

Lucera, 03.05.2020 - In un recente saggio, “Machiavelli e l’Italia. Resoconto di una disfatta”, l’autore Alberto Asor Rosa definisce la “grande catastrofe” quando in un breve volgere di anni (1492-1530), si sarebbero determinati e forgiati i destini della nazione fino ai nostri giorni. Machiavelli, fondatore della scienza politica moderna, ha sempre posto il quesito su chi invocare per dare all’Italia “un Principe nuovo”, in grado di porre fine al disastroso particolarismo italiano e di contrapporsi come una forza autonoma allo strapotere illimitatamente egemonico della Chiesa di Roma, entrambe individuati quali irrisolti problemi dell’unità politica italiana. Machiavelli è l’iniziatore della grande scienza politica moderna che è sopratutto conoscere per volere.
L’homus novus di Machiavelli si differenzia dal passato, con la nuova capacità di saper guardare in modo illuminato al mondo e la sua intera civiltà culturale. Per salvare l’Italia, secondo Machiavelli, non bastano gli strumenti consegnati dalla tradizione a cominciare dalla identificazione di “serva Italia” di Dante e “dolce terra latina”, che per il poeta è un territorio geografico spirituale, sempre contesa e “nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”. Il nostro paese dunque un terreno continuo di conflitto ideologico, culturale e politico, sia interno che esterno che vede contrapporsi la frammentazione identitaria italiana con la "ferinità” straniera e barbara. Girolamo Savonarola profetizzava nelle sue prediche quadragesimali dell’anno 1495 “Franciosi e gli altri barberi [...] metteranno sottosopra la Italia”.
Certamente il religioso non pensava agli Olandesi o alla Merkel e ai banchieri di Bruxelles, oppure al Covid 19. Le previsioni machiavelliane si conformano all’evoluzione della storia d’Italia fino all’odierna situazione e dibattito politico nazionale, concentrate sull’attuale emergenza sanitaria. Anche il Pontefice Francesco ha invocato con un accorato appello, l’unità della politica e dei governi del Paese; “perché quando ci siano differenze tra loro capiscano che nei momenti di crisi devono essere molto uniti per il bene del popolo perché l'unità è superiore al conflitto”.
Nelle ultime decisioni di governo per il sostegno dell’attuale crisi causata dalla pandemia mondiale, il mondo politico ed istituzionale ha reagito in tutte le sue angolazioni “ondivaghe”, espressione del premier Conte. Polemiche e reazioni che continuano a frammentare gli italiani e l’Italia, di fronte ad una situazione socio-economica che ha eguali solo nei passati periodi bellici. Lo scorso 1º Maggio si è celebrata la Festa dei Lavoratori. In questo contesto la Rai ha ricordato, con il film “Pane e lavoro”, la figura di un grande “bracciante” pugliese, nato a Cerignola, Giuseppe Di Vittorio. Il protagonista del primo sindacato dei lavoratori italiano che ha smentito almeno per una volta, con la sua storia personale e professionale, le secolari divisioni in tutto e su tutto, dell’Italia e dei “popoli” italiani. Non intendo mettere a confronto Di Vittorio con Machiavelli, sia per l’abisso epocale che per la diversa esperienza politico-culturale, ma desidero rilevare il comune sentimento di entrambi sull’importanza della cosiddetta Unità nazionale italiana, strategica, allora, per la soluzione degli storici problemi del nostro Paese ed oggi forse l’unica soluzione per affrontare e sconfiggere la “pandemia economico-finanziaria” determinata dalla Peste del 2020. Già, se “Il Principe” fu scritto per “isvelare la debolezza de’ Principi Italiani”, l’azione sindacale condotta da Di Vittorio, bracciante pugliese, ha dimostrato che questa debolezza è stata momentaneamente emarginata dal popolo italiano, autenticamente rappresentato dal lavoro e dai lavoratori italiani, di diversa provenienza territoriale ed ideologica. Tutto ciò, sotto l’autonoma insegna della CGIL, sorta formalmente nel 1944 con il Patto di Roma, il primo sindacato di tutti i lavoratori italiani, dal nord al sud della penisola. La prima autoctona proto-unità degli italiani nella storia, espressa dall’azione genuina di un italiano autentico, in una organizzazione sindacale unitaria nazionale, che rappresentava realmente il popolo italiano, all’interno della nuova Repubblica, costituzionalmente fondata sul lavoro, e lasciandone fuori i partiti.

Di Vittorio disse, nel suo ultimo intervento: La nostra causa è veramente giusta, nell’interesse di tutti, nell’interesse di tutta la società, nell’interesse dell’avvenire dei nostri figlioli. Per questo merita di essere servita anche a costo di enormi sacrifici. Come il piccolo rivolo d’acqua che scorrendo precipita nel fiume e contribuisce ad irrobustire il fiume, ad aumentare il volume dell’acqua, ad accrescerne la velocità, a renderla anche travolgente, così ogni piccolo contributo di ogni militante affluisce sempre alla grande fiumana che è rappresentata dalla famiglia dei lavoratori italiani che è la nostra forza, la garanzia del nostro avvenire. E quando si ha la consapevolezza della giustezza della causa ognuno può avere la fierezza interiore di dire: ho compiuto il mio dovere. E questo lo può dire davanti a se stesso, di fronte alla propria donna, davanti ai propri figli, di fronte alla società”.
In queste sue ultime parole c’è l’essenza di quel cibo essenziale, consumato nella sua esperienza vissuta da contadino pugliese, composta da pane e olio d’oliva, sicuramente dai connotati diversi del pane e olio toscano del Segretario Fiorentino, che oggi, insieme, possono essere assurti a simboli di quella unità italiana, attualmente unica azione strategica per riprenderci ciò che il morbo del duemila sta quotidianamente rubando: Pane, Olio d’oliva e Lavoro.

Prof. Marco Spiandorello

 
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