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Quel che resta della “razza”

di Giuseppe De Angelis

Gli antropologi, i sociologi e gli psicologi, che studiano l’uomo dal punto di vista biologico, sociale e culturale, da oltre un ventennio ci mettono in guardia sul concetto di “razza”

Lucera, 04.02.2018 - Il termine “razza”, al pari di molti altri, ha assunto, nel tempo e nella storia della cultura occidentale, significati e rappresentazioni spesso molto differenti. L’articolo 3 della Costituzione Italiana recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

I costituenti hanno utilizzato il termine “razza” per evidenti ragioni anti discriminatorie, considerato il tempo in cui esso è stato inserito nella Carta Costituzionale e la sua temperie culturale; le leggi sulla tutela della razza italiana erano state approvate nel 1938. In questo periodo il termine era rivestito di una certa vitalità scientifica che nel tempo andrà perdendo. Questa parola, tuttavia, ha scavato un solco di dolore nella nostra civiltà e continua, ancora oggi, ad essere usata con sconcertante superficialità, molto al di là delle polemiche politiche.

Gli antropologi, i sociologi e gli psicologi, che studiano l’uomo dal punto di vista biologico, sociale e culturale, da oltre un ventennio ci mettono in guardia sul concetto di “razza”, essi affermano che non ha più alcun valore scientifico perché gli esseri umani condividono il 99,9% del patrimonio genetico.

Interessante, a tal proposito, il volume di Gianfranco Biondi e Olga Rickards, un libro fondamentale: “L’errore della razza”, Carocci, 2011. Nel 2014, in Francia, dopo l’ennesima campagna di polemiche “razziste”, l’Assemblea nazionale approvava l’eliminazione della parola “razza” dalla Costituzione e da ogni altro documento pubblico transalpino.

Sulla spinta di questo risultato gli antropologi italiani hanno scritto una lettera aperta alle alte cariche dello Stato Italiano (scienzainrete.it), chiedendo di eliminare il termine dalla Carta e dai documenti amministrativi. Pochi mesi dopo altri due importanti antropologi italiani, Adriano Favole e Stefano Allovio, hanno rilanciato il dibattito dalle pagine del Corriere della Sera.

Il clima politico di questi giorni rende improbabile una ripresa dell’iniziativa, anche se simbolicamente sarebbe molto forte. Si tratterebbe di una presa di posizione contro ogni forma di razzismo, xenofobia e discriminazione e di una denuncia sull’assenza nella società e nella scuola italiana di un’azione culturale e formativa sui reali motivi alla base delle differenze tra società e culture. A quella richiesta nessuno ha mai risposto. Il vuoto resta da colmare.

Giuseppe De Angelis

 
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