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CRONACA
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Minniti: «La risposta dello Stato sarà molto forte». Entro il 16 agosto arrivano 192 unità aggiuntive, oltre ai "Cacciatori di Calabria"
“Battaglia di civiltà” e “rivolta morale della popolazione”, espressioni ormai abusate e perciò stucchevoli, lasceranno il posto, a dire del Ministro, a tre filoni lungo i quali si intende viaggiare: controllo del territorio, capacità investigativa ed uso delle moderne tecnologie

Foggia, 11.08.2017 - Fino a qualche tempo fa, se si pensava alla lotta tra pastori ed allevatori nel Gargano, il termine appropriato per descrivere tale fenomeno era “faida”, la quale indicava piccoli ma non insignificanti contrasti tra gruppi che si eliminavano reciprocamente per un terreno o del bestiame in modo da avere la possibilità di rivalersi della lesione di un proprio diritto tramite l’uso della forza. Quando, però, le piccole lotte lasciano il posto a veri e propri clan che stabiliscono il controllo di traffici illeciti o impongono la loro volontà terrorizzando la comunità in cui operano, con una disciplina interna paragonabile alle cosiddette ‘Ndrine calabresi ed una struttura chiusa e per questo impermeabile ad ogni intrusione, l’altro termine, quello maggiormente impiegato, si attaglia bene alle capacità organizzative di quelle famiglie che riescono ad esercitare un controllo capillare in un territorio che conoscono come nessun altro.
Ebbene, queste faide tra clan vanno avanti da ormai trent’anni e l’80% degli omicidi è rimasto impunito, ma se il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, per commentare l’agguato di San Marco in Lamis in cui hanno perso la vita anche due fratelli giovani ed onesti agricoltori che a quanto pare si trovavano sul posto per la normale routine di lavoro, ha dichiarato che la criminalità pugliese ed in particolare quella foggiana è stata considerata troppo a lungo una mafia di serie B, va ricordato pure che la faida in questione è iniziata dopo la sentenza di primo grado del secondo maxiprocesso alla mafia garganica (sentenza del 7 marzo 2009): poco più di un mese dopo, il 21 aprile, venne ucciso Franco Romito, fratello di Mario Luciano Romito (il boss di Manfredonia assassinato la mattina dello scorso 9 agosto in un agguato consumatosi nei pressi della stazione di San Marco in Lamis insieme a suo cognato Matteo De Palma). Dagli atti giudiziari, infatti, saltò fuori che per anni Franco aveva svolto il ruolo di confidente dei carabinieri e persino partecipato con gli uomini dell’Arma a posti di blocco per riconoscere alcuni latitanti. I Romito ed i Libergolis erano stati alleati per anni nella lotta contro il clan rivale degli Alfieri-Primosa, poi l’alleanza si sarebbe rotta per questioni di potere e di controllo del territorio: secondo quanto ricostruito in numerose inchieste giudiziarie, i Libergolis avrebbero rappresentato il braccio armato dello storico “clan dei Montanari”, mentre i Romito si sarebbero occupati di gestire i proventi degli affari illeciti.
Fino a questo momento, però, la parola “mafia”, la quale evoca scenari ben diversi da quelli che potevano sembrare semplici scontri tra pastori – organizzazioni dedite al controllo del territorio che aspirano alla sua leadership ed uccidono per questo –, in riferimento agli accadimenti del Gargano non veniva pronunciata tanto facilmente, eppure, se si ascoltano le parole del Ministro dell’Interno Marco Minniti, il quale ha presieduto ieri a Foggia una riunione del Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica per fare il punto della situazione, «la partita che si gioca in provincia di Foggia è di carattere nazionale». Così, la “battaglia di civiltà” e la “rivolta morale della popolazione”, espressioni ormai abusate e perciò stucchevoli, lasceranno il posto, a dire dello stesso Ministro, a tre filoni lungo i quali si intende viaggiare, ovvero il controllo del territorio, la capacità investigativa e l’uso delle moderne tecnologie, perché «la risposta dello Stato sarà molto forte». In particolare, si prevede l’arrivo a breve di centonovantadue unità aggiunte in Capitanata, il cui compito ovviamente sarà quello di saturare il territorio, e del reparto “Cacciatori di Calabria”, ed inoltre vi sarà il rafforzamento delle squadre mobili e l’ampliamento degli impianti di videosorveglianza.
C’è invece chi ancora preferisce discutere e perdersi in improbabili ritorni di tribunali e procure o di istituire sezioni staccate di corti d’appello, DDA e DIA.
Tutto ciò, però, potrà mai eguagliare una rete i cui fili ormai sono annodati tanto bene tra loro da non lasciare spazi liberi?

Greta Notarangelo



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