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AMBIENTE
Ambiente

Il dr. Massimo Blonda ha spiegato come dire NO a un impianto durante il convegno organizzato dall'associazione "La Parola" e dal Comitato "Donne Coraggio"
Il ricercatore del CNR ha illustrato in una relazione accompagnata da slides le differenze tra un impianto aerobico ed uno anaerobico

Lucera, 30.10.2018 - Nella serata dello scorso 26 ottobre si è svolto a Lucera, presso l’auditorium del centro di formazione “APUA” in via Luca Gaggioli (centro INCOM, zona 167), il convegno “Punti di riferimento per la formazione di un’opinione consapevole sul caso Lucera” – che ha visto l’autorevole intervento del dott. Massimo Blonda, ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche – organizzato dall’associazione culturale “La Parola” e dal comitato “Donne Coraggio” nell’ambito della vicenda “anaerobico” e del progetto che si vorrebbe realizzare a Lucera in contrada Ripatetta laddove insiste già l’impianto aerobico della Bio Ecoagrim Srl che con la Fortore Energia Spa ha dato origine alla holding denominata Maia Rigenera Srl.
Illustrando brevemente il principio gerarchico dei rifiuti in una relazione dettagliata, il dott. Blonda ha ricordato che la norma italiana relativa ai criteri di priorità nella gestione dei rifiuti dice che essa avviene nel rispetto della seguente gerarchia: prevenzione, preparazione per il riutilizzo, riciclaggio, recupero di altro tipo (per esempio, quello di energia) e smaltimento. La gerarchia stabilisce, in generale, un ordine di priorità di ciò che costituisce la migliore opzione ambientale, e nel rispetto della stessa devono essere adottate le misure volte ad incoraggiare le opzioni che garantiscono il miglior risultato complessivo, tenendo conto degli impatti sanitari, sociali ed economici, comprese la fattibilità tecnica e la praticabilità economica. Non deve mancare, peraltro, il rispetto dei principi di precauzione e sostenibilità. Infatti, in base al decreto legislativo n. 4 del 16 gennaio 2008, ogni attività umana deve conformarsi al principio dello sviluppo sostenibile, al fine di garantire che il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni attuali non comprometta la qualità della vita e le possibilità delle generazioni future. Perché sia sostenibile, la gestione dei rifiuti deve rispettare i cicli biogeochimici esistenti in natura, i quali garantiscono l’omeostasi dell’atmosfera. Secondo il PNACC (Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici), il sistema rifiuti, per aumentare la sua resilienza, deve evitare processi di concentrazione della gestione in luoghi ed impianti di grandi dimensioni (la perdita improvvisa di funzionalità per eventi estremi metterebbe in crisi il ciclo stesso) e puntare sulla riduzione dei rifiuti alla fonte, sulla raccolta domiciliare e sul decentramento gestionale delle masse.


Il video integrale del convegno

Blonda è quindi passato a fare un confronto tra il compostaggio classico e l’anaerobico. Per non puzzare, il primo deve essere caratterizzato da scarico al chiuso, lavorazioni preliminari al chiuso, compostaggio in biocelle chiuse, manovre e trasferimenti al chiuso, ulteriori vagliature al chiuso, maturazione al chiuso, stoccaggi risulta al chiuso, gestione percolati al chiuso, gestione del prodotto finale, aspirazione da ambienti chiusi, trattamento aria BAT, gestione accurata del trattamento, piano emergenze e monitoraggi efficaci. Il secondo, invece, deve comprendere trasferimenti di liquidi al chiuso, torcia di abbattimento, compostaggio digestato, trattamento aria BAT specifica, monitoraggio ad hoc fuggitive e guardie idrauliche.
A parere del biologo, si può dire di sì al compostaggio se è attiva la raccolta domiciliare dell’umido, sempre per quelli piccoli di comunità, per i grandi solo se adeguati e a distanza di sicurezza, in base alla preferenza del gestore pubblico, se vi sono protocolli di controllo e se c’è trasparenza nella destinazione del prodotto. Riguardo invece all’anaerobico, si può accettare se manca la componente vegetale, se non c’è spazio per un grande impianto, solo se è adeguato e a distanza di sicurezza anche per gli eventuali incidenti, in base alla preferenza del gestore pubblico, se vi sono protocolli di controllo e se c’è trasparenza nella destinazione del prodotto.
Blonda ha infine spiegato come dire no ad un impianto: bisogna studiare approfonditamente il progetto, rifiutare la logica NIMBY, scrivere le osservazioni e proporre un’alternativa di pari efficacia, depositare formalmente le osservazioni, esporle al pubblico ed all’amministrazione, costituire o aderire ad un soggetto titolato ed avviare il ricorso secondo procedura.

Greta Notarangelo

 


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