Massimo Colia: «Ma che biomasse? Sono inceneritori!»
«Stiamo parlando di proposte relative a 5 impianti a biomasse che sono, in sostanza, 5 inceneritori. Però state certi che di queste proposte ne arriveranno altre». Ed infatti altre 3 giacciono presso il Comune di Lucera
Lucera, 19.10.2009 - Consigliere provinciale a Palazzo Dogana eletto nell’aprile del 2008 per l’Italia dei Valori, Massimo Colia è intervenuto all’incontro-dibattito tenutosi il pomeriggio dello scorso 4 ottobre a Lucera presso l’auditorium dell’Oasi Betania, organizzato dal Comitato Intercomunale “Salute e Territorio” di Lucera e dal Coordinamento Associazioni Comitati e Movimenti Bari/Puglia ed avente per tema “Legalità, Salute, Vita”.
Mentre proprio a Lucera mercoledì prossimo, 21 ottobre, presso il teatro della parrocchia Santa Maria delle Grazie in zona 167, alle ore 19:00, si terrà un incontro organizzato dalla Libera Associazione Agricoltori di Capitanata di Lucera sulla prossima realizzazione di un impianto a biomasse («Stiamo lavorando a braccetto con il Comune ad un progetto che prevede la costruzione di un impianto a biomasse, abbiamo già firmato un protocollo d’intesa con un’azienda, che costruirà un impianto in agro di Troia, per la fornitura di biomasse provenienti da scarti di produzioni come paglia, scarti di potature ecc.» riporta il comunicato), l’intervento di Colia cade proprio in un contesto in cui sempre più reale si fa la possibilità che la Capitanata possa essere presa d’assalto da queste tipologie di centrali. «Un rischio già messo in evidenza da Gianni Lannes durante una manifestazione» ha affermato il consigliere di IdV che, il 20 luglio scorso, aveva presentato durante una seduta consiliare in Provincia una interrogazione urgente a risposta scritta. Ecco i contenuti: «Premesso che la provincia di Foggia è ancora priva del Piano Energetico provinciale, strumento indispensabile per programmare nel medio e lungo periodo gli interventi da realizzare per la gestione della domanda e la pianificazione dell’offerta di energia sul territorio provinciale… Considerando che da più parti giungono notizie di un numero impressionante di progetti per la costruzione nel nostro territorio di impianti di produzione elettrica a fonti rinnovabili da biomasse o a turbogas… Considerando che se tali notizie fossero fondate si rischierebbe di compromettere irrimediabilmente la salubrità del nostro territorio, con conseguenze disastrose sulla salute e sull’economia… Chiedo al Presidente della Giunta e all’Assessore competente di conoscere quante sono le richieste di autorizzazione giunte presso la Provincia e finalizzate alla costruzione di impianti di produzione elettrica di qualsiasi tipo, la potenza termica degli impianti e l’elenco delle aziende proponenti… Inoltre chiedo cosa intende fare l’amministrazione, con particolare riferimento ai possibili rischi per il nostro territorio».
[ I video dell'intervento di Massimo Colia ]
Un mese dopo, nella seduta del 21 settembre scorso arriva la risposta «nella quale la Provincia manifesta la volontà favorevole a questi tipi di impianti da fonti rinnovabili sostenendo le iniziative che salvaguardino la parte economica e, nello stesso tempo, il territorio».
Massimo Colia ha quindi affermato che,«pur non essendo un tecnico della materia, ho rilevato delle criticità. Per le biomasse è scritto che ci sono 5 impianti per i quali le società hanno presentato richiesta di autorizzazione alla Regione Puglia». E a tal proposito ha ricordato che «la Provincia si occupa di assoggettabilità alla V.I.A. (Valutazione Impatto Ambientale) ed al suo rilascio». Ad aver preoccupato Colia sono diversi fattori. «Prendiamo l’impianto di Rignano Scalo ad esempio – ha detto –, 15 megawatt e funzionamento con sansa e scarti delle potature. Poi passiamo a quello di Ascoli Satriano: 25 megawatt e funzionamento esclusivo con paglia. Ancora: Torremaggiore, 15 megawatt, scarti di potatura. Carapelle: 11 megawatt, vinaccia e sansa. Infine l’impianto di Castelluccio Valmaggiore, 35 megawatt e utilizzo di oli vegetali». Per quanto concerne Carapelle, viene dichiarato che la centrale sarà alimentata esclusivamente con biomasse per un fabbisogno di 80mila tonnellate l’anno di vinacce, 35mila tonnellate l’anno di sansa e 15 tonnellate l’anno a legno. «Ebbene, guardando ad uno studio di fattibilità commissionato dal Ministero per l’Ambiente e dalla Comunità Montana dei Monti Dauni – ha affermato il Consigliere di Italia dei Valori –, uno studio mirante a capire la disponibilità di questo materiale sul nostro territorio e in tutta la Puglia, ho rilevato che di 80mila tonnellate di vinacce necessarie per l’impianto di Carapelle ve ne sono disponibili soltanto 165mila in tutta la regione; inoltre, di sansa vi è disponibilità totale per 235mila tonnellate, mentre di materiale legnoso – e qui è il paradosso più evidente – vi sono appena 42mila tonnellate a fronte delle 45mila richieste per l’impianto stesso di Carapelle».
Ma a tali evidenze messe in mostra da Massimo Colia si aggiungono altri fattori, come quello relativo alla economicità o ai costi. Infatti ha affermato: «Superati i 160 km. non conviene più approvvigionarsi della materia prima, in quanto si avrebbe un’alta incidenza dovuta al costo del trasporto. E stando così le cose ci riesce facile capire che già in partenza questi impianti non avranno la possibilità di reperire il materiale sufficiente per farli funzionare».
Ma c’è di più, poiché «la legge, dopo 5 anni, ti consente di metterci qualcos’altro in quegli impianti, pure i rifiuti. Cosicché già sappiamo fin da adesso che avremo degli inceneritori. È matematico! Ecco perché ho chiesto all’assessore provinciale di farmi capire se con i nostri strumenti possiamo creare le condizioni per cui questi impianti non si trasformino in inceneritori».
Sono questioni «che la nostra comunità non può fare a meno di affrontare». Poi, a proposito dell’impianto di Ascoli Satriano, «dove la società ha affermato di utilizzare materiale cerealicolo, cioè paglia, voglio ricordare quello che dice il Piano Energetico della Regione Puglia a pagina 69: “I residui agricoli sono solo teoricamente disponibili, perché una serie di fattori riducono significativamente la disponibilità di paglie e in generale la possibilità di uso per scopi energetici”».

Sembra abbastanza chiaro, se ci si attiene all’intervento di Massimo Colia, che la situazione in Capitanata è tutt’altro che rosea… Anzi. E come se non bastasse, «qui stiamo parlando di 5 impianti a biomasse che sono, in sostanza – ha concluso – 5 inceneritori. Però state certi che di queste proposte ne arriveranno altre».
E non sbaglia se si tiene conto che proprio al Comune di Lucera pare vi siano in corsia ben altre tre richieste. Sarebbe interessante capire, quando la LAAC afferma che «stiamo lavorando a braccetto con il Comune…», chi sono quelle persone che, per conto dell’Ente di Palazzo Mozzagrugno (e quindi dei cittadini), hanno deciso di mettersi “sotto braccio” ad altri per prendere certe decisioni.
È un panorama veramente fosco per il futuro quello emerso dall’incontro-dibattito che si è svolto lo scorso 4 ottobre. E l’aspetto più preoccupante è il mutismo assoluto dei cittadini e soprattutto di quelle categorie, ambientalisti e chi più ne ha più ne metta, incredibilmente assenti. Si è recentemente parlato, poi, di “inquinamento visivo”. Ma dovremmo chiederci se il vero inquinamento visivo non sia quello che costringe a chiudere gli occhi di fronte al pericolo di un territorio seriamente compromesso dall’affannosa ricerca di energie alternative (o economiche? E per chi?) deturpando quei panorami che gli stessi autori promotori dell’eolico, delle biomasse, del fotovoltaico vorrebbero far passare come terra incontaminata e godibile attraverso il turismo paesaggistico. Dai, non scherziamo!
Ma in fondo ci chiediamo quanta energia serve (e soprattutto quanto costa) per produrre una fonte di energia alternativa? Secondo il principio dell’entropia più di quanta se ne risparmia.
Di fronte a queste tristi realtà mi torna alla mente una sola frase, quella del contadino che con una semplicità disarmante afferma: «Io li manderei tutti a zappare la terra!».
E non sarebbe una cattiva idea.
Solo che quella terra (che non riesce neanche più a produrre buoni frutti), oggi, non vale più niente di fronte a ben altre ambizioni.
È questo il dramma che porta dritto alla tragedia di un lento suicidio di massa a cui nessuno ormai vuole più credere, se non quando sarà tardi.
Scusate, ma questa è la realtà. E lo sanno tutti. Tranne i nostri figli.
Roberto Notarangelo
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