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La "Giardinetto story" del dott. Antonio Laronga
«Se anche ci fossimo rivolti all'ultimo vigile urbano del Comune di Troia, questi sarebbe stato in grado di dire: "Qui non si può recuperare un bel niente!". Figurarsi se si potevano recuperare migliaia e migliaia di tonnellate di rifiuti provenienti da tutta Italia!»

Lucera, 23.10.2009 - Il P.M. che si occupò del caso Alghisa e di quello relativo a Giardinetto all'incontro-dibattito dello scorso 4 ottobre presso l'Oasi Betania, organizzato dal Comitato Intercomunale “Salute e Territorio” di Lucera e dal Coordinamento Associazioni Comitati e Movimenti Bari/Puglia e che ha avuto per tema "Legalità, Salute, Vita". «Due situazioni completamente diverse – ha affermato –. Giardinetto è una situazione molto più grande». Il dottor Antonio Laronga svolge oggi il suo ruolo presso il tribunale di Foggia. Molto è stato detto su quella che è stata definita la più grande discarica di rifiuti tossico-nocivi d'Europa che oggi è ancora lì, come un monumento nel museo a cielo aperto delle tristezze di una società ormai allo sbando sotto ogni aspetto, a ricordarci che le campagne ed i paesaggi di Capitanata sono solo un malinconico e nebbioso ricordo che trova spazio esclusivamente nella memoria delle passioni e delle cose per cui si desidera un ritorno che in fondo non verrà mai.
A febbraio di quest'anno il sito di Giardinetto è stato nuovamente sottoposto a sequestro dall Procura di Lucera. Un filone di indagine tutto nuovo a quanto pare affidato al P.M. dott. Pasquale De Luca.

[ Sotto, il video di Pasquale Simonetti ]

 

Cosa sarà di quel sito ritenuto ad altissima pericolosità nessuno sembra in grado di dirlo ancora. All'incontro-dibattito si è levata la voce dal pubblico di Pasquale Simonetti, il quale ha portato come testimonianza la sua lunga esperienza alla Enichem di Manfredonia. Facendo eco alle prime parole dell'on. Pierfelice Zazzera di Italia dei Valori (il quale, nel constatare la grande assenza della società civile e dei lucerini in particolare, ha messo in evidenza «come questo sia lo specchio della crisi della partecipazione democratica in questo paese addormentatosi») ha affermato con toni piuttosto risentiti che «il problema è che noi siamo impotenti rispetto a quello che è successo e che la società civile si è tirata indietro perché non ce l'abbiamo fatta, perché ogniqualvolta proponiamo noi c'è sempre qualcuno che viene meno. Io vengo da Manfredonia. Il 26 settembre del 1976, alle ore 9:50, scoppiò una colonna ed uscirono 30 tonnellate di arsenico». Simonetti ha rincarato la dose quando ha poi detto: «Ebbene si sono fatti i soldi i politici di Manfredonia. Si è fatto i soldi chi ha portato il coniglio e il maiale ammazzato e i lavoratori stanno morendo nel silenzio più assoluto». Ed ha chiesto: «Cosa significa "bonifica"? Si tratta solo di prendere quella schifezza e metterla in un altro posto. Bonificare un sito non vuol quindi dire neutralizzare quei veleni. Non ci sono tecniche. C'è solo la tecnica della trasformazione di un prodotto di materie secondarie che dovevano essere mischiate a quelle prime». Ecco perché ritiene che «a Giardinetto non ci sarà mai bonifica, a meno che non si trovi un altro luogo dove poter mettere quel materiale». E quel nuovo luogo – sembra dire – sarà la nuova dimora del problema. «Ha provato a mischiare quella roba con l'argilla per fare mattoni? E quei mattoni dove andavano? Allora hanno violato il nostro focolaio domestico? Quindi il problema è molto più grande? E a chi ci rivolgiamo oggi, al centrosinistra o al centrodestra?».
Simonetti è poi tornato su Manfredonia: «Allora portammo 30mila o 40mila persone in piazza e il caso fu citato anche dall'America. Ci fu chi disse: "Se c'è un problema ambientale lo deve pagare il cittadino". Cosa credete che sia lo scudo fiscale se non il ritorno dei nostri soldi usciti con nomi e cognomi e adesso stanno rientrando con i nomi loro?».

[ I video degli interventi del dott. Laronga ]

«Quanti miliardi ci vogliono per bonificare Giardinetto? E dove li mettono quei rifiuti?» ha domandato. Poi si è concesso una battuta piuttosto "macabra" quando ha affermato: «Il rischio è che li tolgono di lì e ce li mettono nei materassi su cui andiamo a dormire». E ancora, a proposito di società civile e politica: «Il fatto è che ci hanno cacciato dai partiti politici. Non ci vogliono più, perché gli affari li devono fare le congreghe, tra destra e sinistra. Ci sono ormai gruppi di potere che gestiscono queste cose». E la secca e amara conclusione: «Sono i livelli istituzionalizzati e quando si mettono quelli di mezzo tu non ci arrivi più».

Laronga e il caso Giardinetto: la storia

È uno dei casi che più lo ha impegnato. Una vicenda che ha avuto origine nel luglio del 1999, quando i Carabinieri del NOE (Nucleo Operativo Ecologico) sequestrarono quell'impianto che almeno sulla carta era destinato al recupero dei rifiuti. Un società, la I.A.O., «che faceva parte di un gruppo industriale molto noto a Lucera, in particolare al Gruppo Fantini». Il quadro normativo oggi è cambiato, poiché allora la materia era disciplinata dal cosiddetto "Decreto Ronchi" del 1997. «Questa società – ha precisato Laronga – aveva ottenuto l'autorizzazione a recuperare i rifiuti, cioè presso quell'impianto dovevano arrivare dei rifiuti ed uscire dei prodotti finiti o semilavorati. In particolare, secondo le dichiarazioni fatte da questa società, dovevano uscire dei mattoni, quindi laterizi». Il magistrato ha poi aggiunto che «l'imprenditore, Fantini, avrebbe ottenuto un risparmio nella produzione di questi mattoni, un prodotto che si fa miscelando argilla e inerti, mentre in quel caso si volevano sostituire gli inerti con i rifiuti. Al tempo stesso si sarebbe ottenuto un guadagno dall'altro fronte, perché per smaltire dei rifiuti bisogna pagare», quindi le ditte che avrebbero mandato i rifiuti pagavano un costo all'impresa ricevente per lo smaltimento. «Un'idea di grande fascino economico imprenditoriale – ha detto Laronga – in quanto si guadagnava, appunto, in entrambe le direzioni».
Ma in realtà tutto ciò non è mai avvenuto. Infatti, furono fatte delle prove per produrre mattoni mescolando argilla e rifiuti, ma il prodotto era assolutamente scadente. E non solo, si consideri che il prodotto stesso «avrebbe addirittura rovinato anche gli impianti: quindi il progetto era inattuabile». Ma questa prospettiva, considerato anche che il prodotto non avrebbe trovato mercato, «non ha indotto l'imprenditore a sospendere l'afflusso di rifiuti, cosicché per anni sono arrivati a Giardinetto tonnellate e tonnellate di rifiuti da ogni parte d'Italia». Rifiuti d'ogni genere, come ha specificato il P.M. che coordinò le indagini dell'epoca, «compreso quelli assolutamente non recuperabili e pericolosi».
Ora, è abbastanza noto che l'attività di recupero dei rifiuti è subordinata al rilascio di autorizzazioni, restrizioni ecc. «Accade – ha continuato Laronga – che lì non si fa nessun recupero. In sostanza si crea una vera e propria discarica di rifiuti di ogni genere che venivano miscelati senza nessun controllo… E ne arrivavano in quantità enormi. Ricordo di aver visto i documenti identificativi dei rifiuti provenienti dalla centrale ENEL di Brindisi, dalle Fonderie di Brescia, dal Veneto, dalla Toscana… Ditte che trovavano a loro volta una convenienza nettissima, perché il costo dello smaltimento era molto più basso rispetto alla procedura "legale"». L'idea iniziale di Giardinetto era di recuperare e non di smaltire. «Se andate oggi in quel luogo – è stato l'invito del magistrato – in realtà trovate ancora adesso una discarica. Quindi non si è recuperato nulla».

La vicenda processuale

Una indagine durata circa due anni quella di Giardinetto, perché i Carabinieri del NOE hanno dovuto esaminare migliaia e migliaia di FIR (Formulario Identificazione Rifiuti). Dopo le indagini inizia un processo a carico di diverse persone, non solo imprenditori titolari della I.A.O., «ma anche – come ha riferito Antonio Laronga nel suo lungo e dettagliato intervento – una serie di tecnici che avevano agevolato tutta questa attività attraverso delle relazioni ideologicamente false. Ma abbiamo sottoposto a processo anche il manager, la persona che aveva coinvolto questo imprenditore, Fantini, in questa avventura». Si tratta di Giuseppe De Munari, «una persona della provincia di Treviso espertissima di rifiuti che aveva proposto questa idea preoccupandosi di trovare in tutta Italia gli imprenditori che, a loro volta, dovendo smaltire i rifiuti, erano ben contenti perché una volta verificata l'autorizzazione al ritiro non potevano vedersi contestare nulla».
Un processo durato tantissimo, quasi un anno, e che ha messo di fronte a Laronga dei grandi contraddittori. «Pensate – ha detto – che uno degli imputati era difeso da uno dei maggiori professori universitari e tra i maggiori esperti in materia. Era il direttore della rivista "Ambiente" della IPSOA». Alla fine del processo furono emesse delle sentenze di condanna a carico di quasi tutti gli imputati. «De Munari fu condannato alla pena più alta perché era il principale responsabile». L'area di Giardinetto fu confiscata nell'intento di operare una bonifica.
Finito il processo in primo grado, si è aperto il grado d'Appello, «e la Corte d'Appello di Bari ha dovuto dichiarare la prescrizione per il reato in quanto all'epoca questa tipologia di reati erano considerati "contravvenzionali" e si prescrivono in un tempo massimo di 4 anni e mezzo».

«Tre provocazioni»

Finito di raccontare "il fatto", il dott. Laronga ha lanciato tre provocazioni che inducono inevitabilmente ad una attenta analisi e ad una riflessione profonda.

1) «Nel corso delle indagini scoprimmo una cosa molto "simpatica". In particolare De Munari aveva proposto la stessa idea imprenditoriale ad un imprenditore ingegnere del nord, e precisamente al presidente di due società con sede in Rimini ed in provincia di Pesaro. Un ingegnere amico di Fantini che presentò questa esigenza di sostituire gli inerti – non più reperibili a costi ragionevoli – per la fabbrica di mattoni. Il Fantini gli disse: "Non ti preoccupare, ho io la soluzione del problema. Ti faccio conoscere questo manager che sta realizzando con me questa idea". Allora il De Munari si presentò da questo ingegnere Marconi e gli disse: "Io ho la soluzione per te. Ti manderò dei rifiuti. Abbiamo sperimentato questa nuova formula. Possiamo ottenere dei mattoni attraverso una soluzione di combinazioni trovata dai tecnici". Le società decisero di sostituire, così, nella miscela occorrente per la produzione di argilla, gli inerti con determinate categorie di rifiuti. Fecero un contratto indicando il codice di ogni rifiuto da usare. Addirittura quando stipularono il contratto il De Munari inviò un campione di rifiuti che doveva essere aggiunto all'argilla per fare i mattoni. Per fare questo, però, le due società si iscrivono nel registro dei recuperatori dei rifiuti delle rispettive provincie di Rimini e Pesaro, secondo lo schema che aveva elaborato De Munari. Insomma, presso l'azienda di Rimini furono inviati 11 carichi di rifiuti, ma non li fecero entrare in fabbrica, perché c'era il chimico all'ingresso che, salito sul camion, prelevava dei campioni che, dopo averli analizzati, veniva fuori che erano rifiuti completamente diversi da quelli pattuiti. Mandarono indietro, quindi, i camion e risolsero il contratto immediatamente. Se ne deduce che questo era un imprenditore che faceva impresa rispettando le regole, così come dovrebbe fare ogni bravo imprenditore.
Noi tante volte vorremmo tanto che la Magistratura faccia qualcosa, ma i primi siamo noi.
E questo è il primo dato».
2) «Per fare il recupero dei rifiuti occorrono delle autorizzazioni. Allora io mi chiedo perché la Provincia di Foggia autorizzò la I.A.O. a fare questa attività che palesemente non era attrezzata a fare. Non lo poteva fare! Ora vi leggo cosa aveva scritto il tecnico per la Provincia nella sua relazione: "In una nota trasmessa il 9/10/97 dalla I.A.O. alla Provincia di Foggia, questa società si proponeva di destinare i rifiuti recuperati nell'industria di fonderia, nell'industria cartaria, nell'industria di produzione di pannelli in legno, nell'industria edile, nell'industria di laterizi e nell'industria cemetiera. Poi ha indicato anche quello che deve fare". Sarebbe bastato – che poi c'è stato, perché ci sono andati i tecnici della Provincia – un mero accesso presso la sede della I.A.O. per capire che lì non si poteva fare onesta attività di recupero, perché non c'era niente. C'era soltanto un impianto per la frantumazione e non c'era altro. C'erano i capannoni nei quali, poi, sono state stoccate queste tonnellate, tonnellate e tonnellate di rifiuti.
Ecco, questa è la seconda provocazione. Perché la Provincia autorizzò questa attività?».
3) «E poi il terzo dato. Il processo si è chiuso con una sentenza di prescrizione, che è una sentenza valida perché se una persona ha subìto un danno, quella sentenza può essere usata anche in un giudizio civile per eventuali azioni risarcitorie. Quindi non è una sentenza di assoluzione la prescrizione, ma afferma la sussistenza del fatto.
Finito il processo, l'area non è stata bonificata perché nel frattempo la società I.A.O. è stata dichiarata fallita, un po' come è successo per l'Alghisa. Con i sequestri viene bloccata l'attività, quindi la sorte dell'impresa non può che essere quella del fallimento, in quanto non produce più nulla, non ha ricavi.
La normativa sui rifiuti prevede che, nel caso in cui il soggetto che è tenuto alla bonifica, che ha determinato il danno, non vi ottempera, ci sono dei poteri sostitutivi da parte degli enti locali. Innanzitutto da parte del Comune e poi degli altri enti. Il Comune di Troia non ha adottato nessun provvedimento per la bonifica di quell'area sommersa da tonnellate di rifiuti che sono ancora oggi stoccati in quel sito. Questo è un altro aspetto del problema che andrebbe adeguatamente approfondito».

Riassumendo…

Il dott. Laronga ha quindi messo il dito in tre piaghe che egli stesso ha riassunto come segue: «In primo luogo fare impresa secondo le regole. Quindi il problema fondamentale circa la pubblica amministrazione efficiente, perché se quest'ultima non è efficiente avremo sempre problemi. L'esempio della I.A.O. è emblematico dell'inefficienza della pubblica amministrazione. Era un'attività che nessuno avrebbe autorizzato. Se anche ci fossimo rivolti all'ultimo vigile urbano del Comune di Troia, questi sarebbe stato in grado di dire: "Qui non si può recuperare un bel niente!". Figurarsi se si potevano recuperare migliaia e migliaia di tonnellate di rifiuti provenienti da tutta Italia!».

Liliana Toriello: «Bonifica: chi paga?»

«Dopo mesi e mesi – ha detto la Toriello rivolta al magistrato – si è creato un movimento popolare a Giardinetto e l'ARPA a quel punto ha chiesto la caratterizzazione dei rifiuti. La I.A.O. o chi per loro ha presentato la caratterizzazione di parte, ma la Regione Puglia ha accertato che quella caratterizzazione, sostanzialmente, era totalmente difforme sia per metodo che per sostanza. Adesso perché Giardinetto continua ad essere tale? Si era arrivati al punto nodale che "Chi inquina, paga!". E in questo caso la proprietà doveva ottemperare, perché si potevano fare altri sequestri. Oggi è intervenuto, a febbraio scorso, un ulteriore sequestro. Così si è bloccato sostanzialmente anche ciò che la Regione Puglia aveva imposto alla proprietà: disinquinare. Si era arrivati, cioè, al punto che dovevano cacciare i soldi per disinquinare e la Magistratura ha rifatto il sequestro. Ora, secondo noi c'è un collegamento». E la Toriello ha proseguito ricordando che il liquidatore fallimentare dell'Alghisa nominato dal Tribunale di Lucera è la stessa persona che, nel caso di Giardinetto, è l'amministratore unico della I.A.O.
«Poi – ha aggiunto – per quanto riguarda l'Alghisa, vedo che attraverso queste cose si arresta anche lo sviluppo e si va, così, a "macinare" e "triturare" tutto, anche gli imprenditori che possono fare cose oneste e serie. È un ingranaggio infernale che si sta creando in questa nostra realtà molto lucerina, perché c'è una cappa di piombo che sommerge tutti». Ed ha chiuso chiedendo «quali difficoltà ha avuto, dott. Laronga, nella vicenda Giardinetto?».

Maxi processo, mini tribunale

Laronga ha rimarcato di aver avuto grosse difficoltà nello svolgere il processo. «Noi – ha affermato – abbiamo un sistema processuale che rallenta moltissimo l'attività di accertamento. Basterebbe controllare i verbali di udienza e quanti rinvii del processo sono stati fatti in quanto ci arrivava puntualmente un certificato medico di un imputato che stava a Treviso (Giuseppe De Munari, ndr). Ad ogni udienza eravamo costretti a sospendere e chiamare la ASL di Treviso per far fare la visita fiscale a casa dell'imputato e vedere se questi potesse o meno deambulare per raggiungere il tribunale. Sotto questo aspetto è stato veramente uno strazio».
«Un maxi processo» lo ha definito Laronga. «Celebrarlo in un tribunale piccolo come quello di Lucera, non è stato semplice. Per esempio, sono cambiati due o tre giudici e, secondo la legge processuale penale italiana, quando cambia il giudice bisogna ripetere tutta l'istruttoria. C'era un giudice che aveva iniziato il processo e, a metà dell'iter, è stato trasferito ad altra sede. Quindi è arrivato un altro giudice che ha dovuto ricominciare da zero».
Circa il disinquinamento ha ricordato che «ci fu soltanto una sorta di intimazione alla pubblica amministrazione, da parte dei giudici penali, per la bonifica. Ma al Comune, non certo agli imputati». E sul nuovo sequestro «non so nulla, ma se ciò è avvenuto, evidentemente sono stati scoperti fatti nuovi ed ulteriori rispetto a quelli di cui ho parlato, perché altrimenti non avrebbe senso un nuovo sequestro».

«Giardinetto un imbroglio»

Il P.M. che dall'aprile del 2008 opera presso la procura di Foggia ci ha tenuto a ribadire che l'Alghisa è un caso diverso da Giardinetto. «Nell'Alghisa furono rinvenute 465 tonnellate di polvere di allumina, un rifiuto speciale non pericoloso; 8.420 tonnellate di scorie saline di seconda fusione, un rifiuto speciale pericoloso; 287 tonnellate di rifiuti solidi derivati dal trattamento di fumi, anche questo classificato come rifiuto speciale pericoloso».
L'Alghisa, dopo il sequestro, è stata dichiarata fallita perché anche questa società«non avendo più la possibilità di operare, chiaramente ha dovuto cessare l'attività». Un processo che si concluse con la condanna dell'imputato in primo grado e la sua assoluzione in secondo grado.
«Mentre nel caso di Giardinetto noi vediamo una vera e propria truffa, un imbroglio perché si riesce ad ottenere delle autorizzazioni per fare un'attività che già sanno in partenza di non poter fare, nel caso dell'Alghisa – ha sottolineato Laronga – siamo di fronte ad un imprenditore che non aveva tutte le autorizzazioni in regola. È stato assolto, ma resta comunque il problema di quei rifiuti stoccati, anche qui un problema di pubblica amministrazione che non riesce a reperire i fondi necessari per fare questa doverosa azione di bonifica di quell'area, perché comunque quelli sono rifiuti pericolosi».
Aspettiamo fiduciosi, come sempre?

Roberto Notarangelo

scrivi a: info@ilfrizzo.it



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