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Luisa Sanfelice e la "Fiction" televisiva (ovvero: la storia non raccontata)
«Questo sceneggiato - dichiara Gennaro De Cresenzo - è uno spreco di danaro pubblico; non si possono ignorare le più recenti revisioni di quel periodo storico»

Lucera, 28.01.2004 - La tragedia di Luisa Sanfefelice, (visse a Napoli in un palazzo di Piazza Carità) “eroina” della Repubblica Partenopea salita sul patibolo (la stessa sorte toccò ad Eleonora Pimentel Fonseca) di piazza mercato a Napoli, l’11 settembre del 1800, «è stata raccontata per Raiuno dai Fratelli Taviani con dichiarata licenza d’infedeltà rispetto al romanzo di Dumas» - è quanto afferma Pietro Gargano - (“Il Mattino” di Napoli, 26.1.2004, pagg.1 e 18). Marito di Luisa, ad esempio, non fu un bibliofilo maturo, bensì un coetaneo cugino, «sciocco, fatuo, vanaglorioso, fannullone, spendereccio» - secondo Benedetto Croce -. Caracciolo, Pagano e Cirillo non poterono accogliere un inviato di Parigi essendo ancora al servizio della Corona o in esilio. «I rapporti lesbici tra Carolina e lady Hamilton sono forzature da mal praticato buco nella serratura» - commenta Gargano-. I fratelli Filomarino furono trucidati dalla massa quando il Borbone era già fuggito. L’amante della realtà, Ferdinando Ferri, poco aveva dell’intensità tenera del sognatore interpretato da Adriano Giannini (figlio del più noto Giancarlo). Per salvarlo, Luisa denunciò una congiura monarchica e, di riflesso, causò la fucilazione dei fratelli Baccher e dei loro complici; lui se la cavò con un “non lungo esilio” e diventò poi ministro del Borbone. Una “misera donna”, ”un’eroina per caso”, “una sventurata”: questo, all’incirca, dice la storia. I neoborbonici che già avevano mal digerito la trasmissione televisiva “sull’eroe dei due mondi”, hanno inscenato una protesta contro la Rai. «Uno spettacolo ridicolo e offensivo, mettere in scena cosi la storia di Napoli; ridurre sempre i Borbone alla solita macchietta offende non solo noi, ma l’intera città».
«Questo sceneggiato - dichiara Gennaro De Cresenzo, presidente del movimento - è uno spreco di danaro pubblico; non si possono ignorare le più recenti revisioni di quel periodo storico. Finchè avremo voce cercheremo occasioni per ristabilire la verità. Sessantamila napoletani furono massacrati da francesi e giacobini in nome di una falsa verità e, dopo oltre due secoli, meritano di essere ricordati con più rispetto e senza mistificazioni». Gerardo Marotta, direttore dell’Istituto italiano di Sudi Filosofici, parla di apprezzamenti verso i Fratelli Taviani: «Ho apprezzato molto l’opera dei fratelli registi per qualità e taglio divulgatico, nonostante qualche imprecisione storica, come la morte dei fratelli Filomarino, che essi fanno ammazzare dalla plebe quando c’era ancora il re, mentre nella realtà ciò avvenne dopo la sua fuga. In una operazione del genere è normale che ci siano invenzioni romanzesche, ma è importante che grazie alla tv i giovani possano capire come, dall’epilogo della Rivoluzione partenopea, sia iniziata la rovina della città più colta d’Europa, quella che poteva vantare artisti e intellettuali come Cirillo, Mario Pagano (grande giurista al pari del Beccaria), Filangieri, Eleonora Pimentel Fonseca». «Manderemo ai fratelli Taviani alcuni libri di storia del nostro Centro Studi che sicuramente non hanno letto, cosi potranno documentarsi meglio e conoscere la vera storia della Rivoluzione napoletana» - replica il Prof. Enzo Guli, vicepresidente del Movimento neoborbonico (il “Mattino, 27.1.2004, p.25, a.c.) che mal ha digerito nella “Luisa Sanfelice” di Raiuno l’immagine dei Borbone, così come l’enfatizzazione del personaggio di Luisa Sanfelice. «I registi hanno detto di essersi ispirati liberamente al romanzo di Dumas» - spiega il Prof. Giuli - «ma hanno travisato molte cose, guidati dal solito pregiudizio antiborbonico. Ho trovato clamorose mistificazioni,come il fatto che i francesi sarebbero stati combattuti solo dai soldati e non dal popolo, i cosiddetti “lazzaroni”, che invece morirono a migliaia. C’è poi una contrapposizione ideologica tra il frate ”refrattario”, che voleva imbrogliare i pescatori, e i preti anticlericali, che flirtavano con i repubblicani. Lo stesso Ferdinando IV viene rappresentato come un imbecille, mentre da fonti storiche sappiamo che controllava di persona il lavoro degli operai e aveva una sorprendente conoscenza di elementi di quella che oggi si chiama economia aziendale». Per non parlare dell’eroina rivoluzionaria interpretata dalla Casta. Aggiunge ancora Guli: «La Sanfelice viene presentata come una santina, ma fu immorale e dissipatrice; lei e suo marito erano cosi indebitati da non poter mantenere i figli. E il tribunale borbonico, prima della Rivoluzione, fu costretto a toglierle l’affidamento».
Per concludere, vorremmo solo ricordare che anche Lucera ha avuto la “Sua” eroina nel 1799: si chiamava Maddalena Candida Mazzaccara. A quando la fiction?

E.Ge.



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