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Contenuti “peer to peer” da cestinare? No!
Il tutto si deve grazie alla decisione del Tribunale di Roma, che ha costretto Telecom a rivelare i nomi di alcuni utenti peer to peer individuati per per mezzo di un software della Peppermint.

Lucera, 18.06.2007 - Sono circa quattromila, e spero che non sia capitato anche a voi, frizzanti lettori, ad aver ricevuto in questi giorni una raccomandata firmata dallo studio legale Mahlknecht & Rottensteriner, che accusa il destinatario di aver condiviso e scaricato illegalmente, tramite P2P (peer to peer), files musicali. Nella missiva, scritta per conto della casa discografica Peppermint Jam Records, si intima di cancellare i file scaricati e di pagare 330 euro, pena una denuncia formale. Ora vi chiederete: ma come hanno fatto a sgamarmi (scoprirmi, ndr) mentre scaricavo musica? Il tutto si deve grazie alla decisione del Tribunale di Roma, che ha costretto Telecom a rivelare i nomi di alcuni utenti peer to peer individuati per per mezzo di un software della Peppermint. Questo programma si finge utente, individua i files musicali degli artisti di cui la casa discografica detiene i diritti, ed individua l’Ip, cioè il numero che identifica ogni personal computer in rete, ed il luogo in cui si trova.

Purtroppo non si tratta di una truffa. La missiva è vera, come veri sono lo studio legale e la casa discografica. A questo punto in molti potrebbero pensare che sarebbe meglio pagare, piuttosto che affrontare un processo. Ma non è così!

Come spiega Andrea Monti, uno dei maggiori avvocati specializzati in giurisprudenza informatica e difensore di un utente, «…Peppermint non dice che quella non è una sentenza del tribunale di Roma, ma una ordinanza cautelare. La differenza è che non stabilisce chi ha torto e chi ha ragione, ma in attesa di un processo autorizza una procedura, che in questo caso è la raccolta dei dati. Inoltre il software usato per individuare gli Ip, è una perizia di parte. Ci vorrebbe quindi una perizia stabilita dal magistrato, con tanto di sequestro (per stabilire la verità ndr)… Va aggiunto che l’intestatario del contratto Internet che è anche la persona che stava scambiando file è un’affermazione da provare. Chi riceve queste lettere può diffidare la Peppermint, perché si tratta di un’intimidazione o altrimenti può chiedere di identificare la persona che stava dietro il pc».

La vicenda comunque è in continuo divenire. Pare, infatti, che la stessa Peppermit abbia chiesto allo stesso tribunale di Roma i dati di utenti Tiscali e Wind Infostrada. Comunque della vicenda si sta interessando anche Altroconsumo, rivista che invta a segnalare eventuali raccomandate a: peppermint@altroconsumo.it. Info: www.andreamonti.eu

Marco Maria Scarlato



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