I
ditte (modi di dire, proverbi, scioglilingua, filastrocche e, a
volte, preghiere recitate come filastrocche) di tatarusse (il papà
più anziano e, quindi, nel nostro caso avo) sono una miniera
inesauribile per comprendere usi, costumi, abitudini, vita sociale
e culturale di Lucera e dei Lucerini nei tempi andati. Oggi, purtroppo,
si tende a dimenticare o a far finta che il passato non sia mai
esistito e, quindi, viene messo nel dimenticatoio tutto ciò che ha rappresentato e rappresenta la base del vivere civile. Prendiamo
ad esempio in considerazione il proverbio.
Ki
se maggn'i méle è kki i dinde s'aareghéje.
che equivale a dire: «Chi si mangia le mele e chi
s'inasprisce i denti.» (Di persona che si avvantaggia dei
sacrifici fatti dagli altri).
Detto
proverbio veniva spesso citato nelle discussioni tra individui
del ceto sociale più basso: cafoni, zappatori, garzoni,
manovali, facchini, i quali lavoravano dieci, dodici e, a volte,
anche più ore al giorno per guadagnarsi appena il sostentamento
quotidiano visto che i salari erano da fame, mentre i latifondisti
divenivano sempre più ricchi e sempre più si lamentavano
che il loro guadagno era sufficiente per tirare avanti alla meno
peggio. Con il passare del tempo il proverbio ha avuto altri riscontri,
ad esempio in politica, per sottolineare le disattese delle promesse
dei politici fatte in campagna elettorale. All'indomani della
loro elezione tutto torna come prima , se non peggio!, e il povero
elettore aspetterà e voterà come sempre a favore
di chi promette di più, dimentico di quanto è avvenuto
negli anni precedenti. Tratto da: Parle kume t'ha ffatte mammete
- Dizionario enciclopedico del dialetto di Lucera di P.
Zolla (inedito).
Per
meglio comprendere il citato proverbio, penso sia cosa utile leggere
la poesia che segue, tratta da: Nne stéve manghe a kalannarje
(inedita) di Pasquale Zolla
(leggi
la poesia)
Pasquale
Zolla
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