I
ditte (modi di dire, proverbi, scioglilingua, filastrocche e, a
volte, preghiere recitate come filastrocche) di tatarusse (il papà
più anziano e, quindi, nel nostro caso avo) sono una miniera
inesauribile per comprendere usi, costumi, abitudini, vita sociale
e culturale di Lucera e dei Lucerini nei tempi andati. Oggi, purtroppo,
si tende a dimenticare o a far finta che il passato non sia mai
esistito e, quindi, viene messo nel dimenticatoio tutto ciò che ha rappresentato e rappresenta la base del vivere civile.
Ggiuggne: favece mbuggne. = Giugno: falce in pugno.(È tempo di mietitura).// Ggiuggne sènza vinde éje nu véresarvaminde. = Giugno senza vento è un vero salvamento. (Se non tira vento il raccolto è buono).// L'akkue deggiuggne arruuine u munne. = L'acqua di giugno rovina il mondo. (Se piove di giugno i raccolti vanno a male).// Akkue de ggiuggne pòrt‘a ruggne. = Lo stesso di prima.// Ggiuggne skalefe u vine nd’i varrile. = A giugno inizia la stagione estiva.
E siamo giusto a metà anno, ovverossia giugno, il sesto mese dell’anno solare. Anche in questo mese ci soffermiamo sulle osservazioni dei nostri avi, riguardanti il comportamento del tempo e i lavori che si facevano nei campi. Il primo: Ggiuggne: favece mbuggne è forse il più classico di questo mese, e si riferisce a quando la mietitura avveniva a mano, con la partecipazione di parecchie persone: i mietitori, i raccoglitori e i legatori delle messi mietute, i ragazzi che le ammucchiavano in covoni. Dopo, raccolte su carretti trainati da buoi, venivano portate sull’aia, dove avveniva la trebbiatura. Non viene riportato l’arrivo dei mietitori e il loro alloggio sotto il cielo, sui marciapiedi delle piazze del mercato ortofrutticolo, altrimenti ci si dilungherebbe troppo. Ggiuggne sènza vinde éje nu véresarvaminde riguarda, appunto, le condizioni atmosferiche inerenti il favonio, che è nocivo per chi è costretto a falciare il grano, perché nel poggiarlo a terra veniva privato della sua forza. Anche L'akkue deggiuggne arruuine u munne e Akkue de ggiuggne pòrt‘a ruggne ci dicono che se piove, in questo mese il grano va a male, perché la furia dei temporali rovina la pianta ormai pronta da essere falciata e i chicchi, bagnandosi, si anneriscono. L’ultimo detto, Ggiuggne skalefe u vine nd’i varrile, è un inno alla bella stagione per coloro che si apprestano ad andare al mare o in montagna perché finalmente, dopo il freddo e la pioggia, arriva il caldo.
Pasquale Zolla
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