I
ditte (modi di dire, proverbi, scioglilingua, filastrocche e, a
volte, preghiere recitate come filastrocche) di tatarusse (il papà
più anziano e, quindi, nel nostro caso avo) sono una miniera
inesauribile per comprendere usi, costumi, abitudini, vita sociale
e culturale di Lucera e dei Lucerini nei tempi andati. Oggi, purtroppo,
si tende a dimenticare o a far finta che il passato non sia mai
esistito e, quindi, viene messo nel dimenticatoio tutto ciò che ha rappresentato e rappresenta la base del vivere civile.
Quanne a galleune sa juccave Si depositava, in una cesta, della paglia con sopra un numero (sempre dispari) di uova preventivamente selezionate (11, 13, 15, dipendeva dalla capacità della gallina e poteva anche variare). Era necessario che le uova fossero "ngalleute" e la certezza veniva data dalla presenza di un gallo nel gruppo. Si stabiliva già a priori il numero delle future galline e dei galli, scegliendo uova che avessero l'estremità più piccola e arrotondato per le galline; mentre più appuntito erano le uova per i galli. Vi si appoggiava "a jocche" sopra "pe cuvà". Con un'altra cesta si copriva e si depositava il tutto in un luogo tranquillo e con poca luce.
Ogni due giorni si scopriva il cesto, si toglieva quindi la gallina per farla mangiare e si controllavano le uova, senza però toccarle. Allo scadere del ventunesimo giorno "a jocche scuzzave i puleceune", cioè facilitava la rottura dei gusci per far emergere i neonati.
Dopo circa un mese dalla nascita, in completa autonomia, il nuovo gruppo veniva integrato con quello già esistente.
Come già accennato, si preferiva avere galline, le quali in cambio del cibo giornaliero, procuravano le necessarie uova per il fabbisogno della famiglia, mentre il gallo si conservava - come da atavica tradizione - per le festività della Patrona di Lucera, Santa Maria, durante il ferragosto. È chiaro che l'allevamento di questi animali avveniva nella più completa economia.
Gli avanzi ridottissimi dei pranzi, lo scarto della verdura, "i frunne", come "i vricchele", "i cecoreje", "a lattughe", "a rescareole", "i cappucce", "i pampene" delle viti, "a gramighe", "a malve", "i chiande de papavere", erano gli alimenti giornalieri, unitamente al pasto principale, "a caneiggheje".
L'acqua bollente, "a jotte", scaturita dalla cottura della pasta, serviva prima a sgrossare i piatti da eventuali residui di grasso e dopo, con la crusca e gli eventuali residui di cibo, chiamati "i remasuggleje", formava un impasto molto appetitoso per gli animali domestici. In più, quando si poteva racimolare, si dava anche del grano e dei granoni, "i granedeineje". Certo, con un'alimentazione di soli granoni, le galline facevano uova che si distinguevano eccome dal solito! Il tuorlo era molto più rosso.
Romano Petroianni
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