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I ditte (modi di dire, proverbi, scioglilingua, filastrocche e, a volte, preghiere recitate come filastrocche) di tatarusse (il papà più anziano e, quindi, nel nostro caso avo) sono una miniera inesauribile per comprendere usi, costumi, abitudini, vita sociale e culturale di Lucera e dei Lucerini nei tempi andati. Oggi, purtroppo, si tende a dimenticare o a far finta che il passato non sia mai esistito e, quindi, viene messo nel dimenticatoio tutto ciò che ha rappresentato e rappresenta la base del vivere civile.

Te mine seope a nu creiateure! Solitamente era il rimprovero che veniva fatto alla persona più forte, più grande, che approfittava della persona debole. Di solito tale espressione era seguita da un'altra che recitava: «Teine schitte a fegheure de l'ome, ma dinde sì tutte nu ciucce», con allusione alla favola di Fedro "L'asino che prende a calci un vecchio leone". Il rimprovero, poi, terminava dicendo: «Ce vularrejene a tè i taccarate!». Qualche volta, questa frase innescava una furiosa lite, alla quale partecipavano tutti i familiari.

Citte tù! Molte erano, un tempo, le forme di inibizione, tra le quali quella di eludere dalle conversazioni o altro, con "Citte tù!", i ragazzi ed in particolar modo le ragazze. Durante i discorsi tra le persone adulte era assolutamente vietato interferire o interloquire.

Scappatèlle Quando non si riusciva con le buone. anche allora, come soluzione ultima, si faceva la "scappatèlle". Al ritorno degli amanti, per appianare la situazione, volendo o non volendo, si ricorreva al tradizionale mezzo riparatorio per salvare l'onore della famiglia: il matrimonio.

Titte… Titte!… Tè u sturte è damme u dritte Questo detto lo si recitava quando a un bambino cadeva un dente da latte. Il dente lo si buttava sul tetto e si pronunciava la frase rimata. Era una richiesta affinché il nuovo dentino nascesse dritto.

Romano Petroianni



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