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I ditte (modi di dire, proverbi, scioglilingua, filastrocche e, a volte, preghiere recitate come filastrocche) di tatarusse (il papà più anziano e, quindi, nel nostro caso avo) sono una miniera inesauribile per comprendere usi, costumi, abitudini, vita sociale e culturale di Lucera e dei Lucerini nei tempi andati. Oggi, purtroppo, si tende a dimenticare o a far finta che il passato non sia mai esistito e, quindi, viene messo nel dimenticatoio tutto ciò che ha rappresentato e rappresenta la base del vivere civile.

U fattareille In quanto al carattere dei lucerini non si conosce come, quando e da chi è stato coniato il termine "nfocaciucce". La sua etimologia deriva dall'insieme di due parole: il verbo "infuocare" ed il nome comune di animale "asino".
Il fatterello racconta di un asino pigro che "a fategh'a vuleove 'ngànne". I "lucereune" pensarono di risvegliare la voglia del lavoro "a u sfegatate" facendogli mangiare una particolare erba che cresceva "seope u curneceone d'a Cchisa Granne". "Nù belle jurne, attaccarene u ceucce cu na zeoche" e lo tirarono su: sapevano che l'erba doveva essere, per avere appieno il beneficio, mangiata subito e nel frangente. Ma l'asino, in quelle condizioni di disequilibrio, non intendeva "maggnà". Così gli accesero del fuoco sotto la pancia…, ma senza ottenere il beneficio sperato. Esasperati lo fecero precipitare mollando la presa.
Vero o non vero, fatto sta che l'appellativo sembra essere legato a questa curiosa leggenda popolare. Gli asini, per loro natura, sono docili, mansueti, non s'infuocano, e l'appellativo scaturito è del tutto allegorico. L'immagine che si dà quando si cede ad un'incontrollata e vistosa partecipazione emotiva, è simile a quella dell'asino, quindi risulta essere un fatto legato all'esteriorità o, meglio, all'esternalismo, vuoto e privo di contenuto.
Ma più che all'elemento maschile, la questione sembra, forse, più appropriata alla donna di allora, che s'irritava facilmente e per un non nulla, come "remure de furbece ma senza lame" (molto rumore ma senza sostanza, riferito al solo forte temperamento esteriore). Qualcuno potrebbe, come ha già fatto ma erroneamente, associare l'atteggiamento dei lucerini a quello dei saraceni: gente molto focosa e rumorosa, abituata anche nelle battaglie a manifestare l'indole di cui si tratta, come avvenne a Benevento nel 1266. Qui, i soldati angioini, durante lo scontro iniziale, pur essendo superiori numericamente, ebbero la peggio proprio per il tanto baccano prodotto dai fidati di Manfredi di Svezia.
La verità è che, nel 1300, girata la pagina della grande storia e calato il sipario, con la cacciata dei saraceni ad opera di Pipino di Barletta, per ordine di Carlo II d'Angiò, Lucera rimase completamente vuota. Solo successivamente, a seguito della disposizione emanata il 10 gennaio 1302 da Carlo II d'Angiò, Lucera - chiamata città di Santa Maria - fu ripopolata per merito del decreto con il quale, a tutti quelli che qui si stabilivano, venivano dati gratuitamente casa, terreni ed esenzione decennale da ogni tipo di tasse.
Lucera assunse, quindi, la caratteristica di un territorio multietnico e, per tali motivi, si potrebbe ipotizzare l'origine del vero dialetto lucerino: una miscellanea di lingue, di usi e di costumi.

Romano Petroianni



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