I
ditte (modi di dire, proverbi, scioglilingua, filastrocche e, a
volte, preghiere recitate come filastrocche) di tatarusse (il papà
più anziano e, quindi, nel nostro caso avo) sono una miniera
inesauribile per comprendere usi, costumi, abitudini, vita sociale
e culturale di Lucera e dei Lucerini nei tempi andati. Oggi, purtroppo,
si tende a dimenticare o a far finta che il passato non sia mai
esistito e, quindi, viene messo nel dimenticatoio tutto ciò che ha rappresentato e rappresenta la base del vivere civile.
Seope u rumutàle Bottoni o soldi, di quelli, già allora, fuori corso: "nechèlle", "duje solde e quattesolde", servivano per il giuoco sopra il primo gradino di scala esterna all'ingresso di qualche abitazione.
Fra i due oggetti per il giuoco, quelli più ricercati erano i soldi che dovevano essere "nguarchiate" (cioè resistenti al rimbalzo). La prova veniva effettuata facendo cadere una moneta su una basola di pietra. Se riusciva a fermarsi senza rimbalzo era idonea, di valore; nel caso contrario, si provvedeva a riscaldarla, a farla stemperare al fuoco o nella cenere calda.
A cosa serviva avere monete di questo genere? Garantiva una probabile vincita, poiché quelle monete rimanevano quasi attaccate al gradino dopo essere state lanciate.
Poiché il giuoco consisteva nel portare il più vicino possibile, all'altra estremità del gradino, gli oggetti senza farli cadere, è evidente che eventuali eccessivi rimbalzi portavano sicuramente all'eliminazione della gara.
Insomma: bastava veramente poco per divertirsi, mentre oggi…
A sotta mure Noccioli, bottoni, soldi, tappi ed altro, potevano servire per giuocare a "sotto il muro". I partecipanti, previo "u tucche" (un rituale secondo cui ognuno, contemporaneamente, apriva la mano ed un numero di dita che si sommavano per effettuare la conta di chi doveva iniziare), a turno tiravano l'oggetto prescelto vicino al muro da una distanza concordata. Colui che riusciva, nel tiro, ad avvicinare l'oggetto il più vicino possibile al muro, si impossessava della posta messa in giuoco da ogni concorrente (era come fare "banco").
Romano Petroianni
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