I
ditte (modi di dire, proverbi, scioglilingua, filastrocche e, a
volte, preghiere recitate come filastrocche) di tatarusse (il papà
più anziano e, quindi, nel nostro caso avo) sono una miniera
inesauribile per comprendere usi, costumi, abitudini, vita sociale
e culturale di Lucera e dei Lucerini nei tempi andati. Oggi, purtroppo,
si tende a dimenticare o a far finta che il passato non sia mai
esistito e, quindi, viene messo nel dimenticatoio tutto ciò che ha rappresentato e rappresenta la base del vivere civile.
A szomba pela pela (U trave lunghe) Solitamente s'iniziava dicendo: «Mè: chi face a mamme?». E si sceglieva (o si autoinvitava) uno dei partecipanti, che aveva il compito di comandare il giuoco, seduto "seope u rumutale", mentre gli altri (che dovevano essere sempre in numero pari) formavano due gruppi.
Dopo "u tucche" (la conta che si faceva dopo aver sommato le dita di una mano che ognuno mostrava a proprio piacere), al perdente era affidato il compito di disporsi appoggiato con le braccia "a mamme" (conserte), mentre tutti gli altri, incurvati e uniti tra loro piegandosi a 90 gradi circa uno dietro l'altro, formavano una lunga trave. Il primo dell'altro gruppo, previa rincorsa, saltava disponendosi in groppa alla "trave", fino a seguirlo tutti gli altri. L'abilità consisteva nel riuscire a distribuirsi equamente sulla trave formata dall'altro gruppo. Quando tutti erano in groppa, "a mamme" sentenziava come valido il turno di giuoco e tutti potevano scendere per ripetere l'operazione. Nel caso in cui qualche componente, a seguito del salto mal riuscito, non teneva la posizione giusta iniziale dopo il salto, con conseguente caduta, oppure se toccava con uno dei piedi il suolo, le parti del giuoco tra i gruppi si invertiva.
Ogni partecipante del gruppo saltatore, prima di compiere il salto era tenuto a gridare: «Szomba pela pele e veune!» (se, logicamente, si trattava del primo a saltare) e così via…
Spesso, al grido "Szomba pele pele…", in risposta, a mo' di "sfottò", in risposta si sentiva la rima "…è mammete tene i peule!".
Romano Petroianni
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