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I ditte (modi di dire, proverbi, scioglilingua, filastrocche e, a volte, preghiere recitate come filastrocche) di tatarusse (il papà più anziano e, quindi, nel nostro caso avo) sono una miniera inesauribile per comprendere usi, costumi, abitudini, vita sociale e culturale di Lucera e dei Lucerini nei tempi andati. Oggi, purtroppo, si tende a dimenticare o a far finta che il passato non sia mai esistito e, quindi, viene messo nel dimenticatoio tutto ciò che ha rappresentato e rappresenta la base del vivere civile.

Cremeone Deriva da "crema" e non dalla città di Cremona. Sta ad indicare una persona che non riesce a stare in piedi, a stare dritto (in senso anche di stolto, disattento, eccetera); simile alla poca resistenza della crema a mantenere una posizione solida: facilmente si appiattisce per la sua molliccia costituzione. In dialetto spesso si usa anche dire: «Ma u vide che 'nde mandeune manghe a l'erte?» (Ma lo vedi che non sai stare nemmeno in piedi?).

Mulluchejèje, Mulluchejeoje Si richiama alla pioggerellina e deriva da "mollica". Cosa accomuna questi due termini? La similitudine delle briciole che cadono quando si affetta il pane.

Tìgne Tigna, malattia che causava la caduta parziale dei capelli, che lasciava semiscoperta la cute facendo avvertire un forte prurito, costringendo, quindi a "grattà". Da questo termine è scaturita la parola "tiggnà", che si riferisce al rapporto amoroso tra un uomo e una donna (da evitare… possibilmente solo il termine). Certo, chi ha coniato questo vocabolo ha avuto il massimo della fantasia. I due sessi, per la scarsa quantità di peli, sono stati paragonati a due tigne desiderose di spingere a "grattà". Per cui fare l'amore si traduceva in «…andiamo ad avvicinare le due tigne». In alternativa si usano le seguenti similitudini: "strufenà" (strofinare), "scengelià" (agitarsi), "a fà ziche zzà" (fare zig-zag), "a fotte" (ehm!), "nà botte" (uhm!), "nù colpe" (un colpo), "a frecà" e "a skanà".
A dimostrazione della teoria circa l'abbondante fantasia di coniare termini o assoggettarli ad altri solo per la similitudine, la parola "skanà", molto in uso per la preparazione del pane, veniva indicata anche per fare l'amore. Quale fattore li accomunava? Semplicemente il fatto che, anticamente (ma si usa anche oggi, anche se raramente) per la lavorazione dell'impasto che serviva a produrre il pane, ci si serviva dei pugni, affondandoli a più riprese nell'impasto stesso.

Romano Petroianni



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