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I ditte (modi di dire, proverbi, scioglilingua, filastrocche e, a volte, preghiere recitate come filastrocche) di tatarusse (il papà più anziano e, quindi, nel nostro caso avo) sono una miniera inesauribile per comprendere usi, costumi, abitudini, vita sociale e culturale di Lucera e dei Lucerini nei tempi andati. Oggi, purtroppo, si tende a dimenticare o a far finta che il passato non sia mai esistito e, quindi, viene messo nel dimenticatoio tutto ciò che ha rappresentato e rappresenta la base del vivere civile.

A vraceore du feluche Sembrerà strano, ma il braciere pieno di fuoco non serviva principalmente per riscaldare, col suo piacevole tepore, le gambe di tutti i componenti della famiglia, ai quali, una eccessiva esposizione, causava, nella parte interna del polpaccio, soprattutto alle donne, i "parinde", odiose macchie rosse che richiamavano la forma della salsiccia. Il braciere in questione serviva, innanzitutto, ad asciugare gli indumenti precedentemente lavati.
Il kit comprendeva un portabraciere di legno, con i quattro piedini che lo tenevano sollevato da terra, e "u scugapanne", una capannina fatta con aste di ferro "de verzèlle", saldate a formare un gabbiotto di forma cilindrica. Il tutto veniva sistemato, dopo essere stato approntato, al centro della stanza (per molti unico locale dove si svolgeva la vita da mattina a sera), laddove "se muèvene e se geràvene".
Appena tutta la legna si trasformava in brace (operazione che si faceva all'aria aperta, fuori dall'uscio di casa oppure sul balcone, per evitare le esalazioni di anidride carbonica, altrimenti veniva prelevata la brace da "a furnacèlle" dopo la cottura del cibo "nda cavedare") il braciere veniva adagiato nell'apposito sostegno e, sopra il tutto, si sistemava l'asciugapanni, con i piedini introdotti nei fori per assicurarne il fissaggio. In questo modo, quando cominciava ad abbondare il bucato sull'asciugapanni, veniva meno quell'umile piacere provocato dall'osservare la brace viva e ardente. Il carico di indumenti era tale che il calore impiegava molto tempo per compiere il proprio dovere.
Ritirato tutto il bucato asciutto, "i cchiù freiddeluse", cioè coloro che soffrivano particolarmente il freddo, non perdevano un solo istante nel sistemarsi con "i seggeulèlle" e "i bancheteille" attorno all'elemento con gli indumenti e che emanava un piacevole calore, ma soprattutto il caldo vapore ed il residuo odore dei panni lavati. Gli altri, invece, vi si accomodavano in seguito, come se il tutto facesse parte di un rituale.
In questo modo trascorreva, gran parte della gente, le fredde serate d'inverno: chi a fare un lavoretto "chi firre" o "cu lungenètte"; chi a sentire "i trascurze di grusse", o "u cunde de nannurche", o "ati fattarille".

Romano Petroianni



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