I
ditte (modi di dire, proverbi, scioglilingua, filastrocche e, a
volte, preghiere recitate come filastrocche) di tatarusse (il papà
più anziano e, quindi, nel nostro caso avo) sono una miniera
inesauribile per comprendere usi, costumi, abitudini, vita sociale
e culturale di Lucera e dei Lucerini nei tempi andati. Oggi, purtroppo,
si tende a dimenticare o a far finta che il passato non sia mai
esistito e, quindi, viene messo nel dimenticatoio tutto ciò che ha rappresentato e rappresenta la base del vivere civile.
A cumbareizzeje Simpatico rapporto tra la gente, di sapore paesano; s'instaurava ogni volta che avveniva la testimonianza al battesimo, cresima o matrimonio, cosicché si diventava "compare" (dal latino "computer").
Bastava che a fare da "cumpare" fosse una sola persona che tutti i componenti delle rispettive famiglie, per generazioni, venivano apostrofati con "cumbà" o "mbà" per gli uomini, "cummà" oppure "cumà" per le donne e "cumbarille" e "cummarèlle" per i più piccoli.
Oggi, tutto ciò è passato nel dimenticatoio, subendo la stessa sorte del rapporto di parentela. È sufficiente passare al grado di cugino per essere già degli emeriti estranei o sconosciuti.
A cavedare e a vraceore Il primo era un utilissimo recipiente in rame, con la parte interna stagnata (operazione, quest'ultima, che si effettuava presso "u staggnare"). Questo rivestimento interno era necessario per la cottura del cibo, onde evitare che l'ossido di rame potesse trasformare i cibi in pericolose sostanze velenose.
Dalla parola "vrace" (brace) deriva "a vraceore", un contenitore caratteristico dell'epoca, in ottone esternamente ed in rame internamente, che faceva parte del cosiddetto "curreode" (il corredo), cioè la dote di matrimonio della sposa; mentre "u vrecière" era il sostegno in ferro con i tre caratteristici piedini di sostegno a forma di "S".
I gneure Etichette, nomignoli eccetera che erano dettati dalla più strana fantasia dal gruppo della famiglia. Nel caso che ad un componente non si riusciva a dare "u gnure", gli si alterava il nome proprio. Esempio: Carmine, tradotto in dialetto Carmeneucce e/o Meneucce, diventava "Manuzzone".
Romano Petroianni
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