I
ditte (modi di dire, proverbi, scioglilingua, filastrocche e, a
volte, preghiere recitate come filastrocche) di tatarusse (il papà
più anziano e, quindi, nel nostro caso avo) sono una miniera
inesauribile per comprendere usi, costumi, abitudini, vita sociale
e culturale di Lucera e dei Lucerini nei tempi andati. Oggi, purtroppo,
si tende a dimenticare o a far finta che il passato non sia mai
esistito e, quindi, viene messo nel dimenticatoio tutto ciò che ha rappresentato e rappresenta la base del vivere civile.
I sanguètte Con la formazione delle ecchimosi, a seguito di cadute od altro, dovute alla infiltrazione del sangue nel tessuto sottocutaneo, si ricorreva a "u sanguette", colui che era in possesso di sanguisughe ed esperto in materia.
Sulla parte violacea si appoggiava una sanguisuga, che, immediatamente, iniziava a succhiare il sangue.
Nell'arco di poco tempo si aveva il rigonfiamento massimo della zona ed il facile distacco dalla zona interessata.
Per queste anomalie, l'esperto assicurava la guarigione con una sola sanguisuga; mentre nel caso di vero e proprio salasso, il tempo richiesta era di gran lunga superiore.
A' uàrì Nel caso di ossa rotte o di parti interessate da improvviso strappo, doloranti, si ricorreva immediatamente alle cure di particolari persone, assai pratiche di "maluccheje", per la sanatoria. La parte interessata veniva accuratamente controllata: si rimettevano le ossa al loro posto, si massaggiava il muscolo e, dopo di ciò, in un piatto si versavano solo le parti bianche delle uova (gli albumi), sufficienti a bagnare la benda (striscia di stoffa solitamente ricavata da un vecchio lenzuolo o da un lenzuolino).
Si avvolgeva accuratamente la parte interessata in maniera non troppo stretta, né tanto lenta, per tutto il tempo necessario alla guarigione.
Il ritorno alla piena efficienza fisica avveniva dopo circa un mese per le rotture; mentre per gli altri casi si verificava nell'arco di pochi giorni.
Questa terapia, frutto di esperienza e di formazione empirica, veniva chiamata "a stuppate".
Preceose In agricoltura l'uso di questa parola è molto ricorrente ed è entrato come termine, nell'uso parlato, della lingua italiana. Essa vuole indicare l'insieme di tutti gli accorgimenti da prendere prima di dar fuoco alla stoppia. Si scavano alcuni solchi con l'aratro su tutta la fascia periferica o perimetrale dell'appezzamento, seguendo però le disposizioni del regolamento vigente.
Il termine non ha una traduzione italiana, né è nota la sua origine o etimologia dialettali.
Tra le tante ipotesi, la più accreditata è quella che vuole il termine derivare dalla formazione dialettale unendo le due parole "preume 'cceose", semplificando il tutto in "prè-ceose", che starebbe a significare "prima accensione", riferito alla zona che in primis deve essere accesa col fuoco per creare una fascia a protezione delle colture presenti eventualmente nei terreni con cui si confina. In tal modo, il proprio terreno viene, appunto, isolato dagli altri in modo da prevenire ed evitare danni a terzi mediante il fuoco.
Romano Petroianni
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