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I ditte (modi di dire, proverbi, scioglilingua, filastrocche e, a volte, preghiere recitate come filastrocche) di tatarusse (il papà più anziano e, quindi, nel nostro caso avo) sono una miniera inesauribile per comprendere usi, costumi, abitudini, vita sociale e culturale di Lucera e dei Lucerini nei tempi andati. Oggi, purtroppo, si tende a dimenticare o a far finta che il passato non sia mai esistito e, quindi, viene messo nel dimenticatoio tutto ciò che ha rappresentato e rappresenta la base del vivere civile.

A fame Allora c'era anche chi rubava, ma questi tipi di persone venivano chiamate "ladri di galline". "Grattavene" per sfamarsi, per addolcire le richieste, le sollecitazioni continue dello stomaco già di per sé abituato a lunghi periodi di digiuno. Ma cosa rubavano? Qualche "grèggne", "quanne speculavene", "sèmbe ca pavure du padrone ngulle", qualche "pezzotte de furmagge" ed altro.
Caratteristica era la cosiddetta "mangiata collettiva", che si svolgeva intorno ad un unico piatto. E ciò avveniva nella maggior parte delle famiglie. "U furbacchione", per poter accalappiare la maggior quantità possibile "de maccareune", si muniva "de na furchètte" con i rebbi già allargati, in modo da avere la maggior riuscita nell'infilzare più pasta.

U pignatille Atavico contenitore fatto di creta, sempre presente al lato dei camini e riempito d'acqua, Tra le tante funzioni di questo oggetto vi era quella che lo voleva adatto alla cottura dei legumi, in particolar modo "di fasule", delizia del palato, persino di quello più raffinato.
A caratterizzare il sapore dei fagioli, oltre alla pregevole varietà di grandezza "nu poche pecceninne e cucivele, ma no crudivele", era soprattutto la cottura fatta con acqua piovana, priva quindi di minerali. Il motivo? Evitava la screpolatura della pellicina ai fagioli che "nze spappulavene" e quindi "nze jinghèvene d'aqque", lasciandoli interi e gustosi.

Necessetà La necessità. Questa spingeva molta gente nelle campagne a racimolare qualche avanzo. Si usava dire di andare "a speculà" e "a raciuppà". In questo si distinguevano le pittoresche figure chiamate "i terrazzane".

Romano Petroianni



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