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I ditte (modi di dire, proverbi, scioglilingua, filastrocche e, a volte, preghiere recitate come filastrocche) di tatarusse (il papà più anziano e, quindi, nel nostro caso avo) sono una miniera inesauribile per comprendere usi, costumi, abitudini, vita sociale e culturale di Lucera e dei Lucerini nei tempi andati. Oggi, purtroppo, si tende a dimenticare o a far finta che il passato non sia mai esistito e, quindi, viene messo nel dimenticatoio tutto ciò che ha rappresentato e rappresenta la base del vivere civile.

Semèje È il tubo di ferro, avente forma di tronco conico, conficcato nel mozzo della ruota di varie tipologie di carri. Il suo termine dialettale esatto è “seuvemeje”, che deriva dalla parola “seuve” (grasso, sostanza untuosa utilizzata per la lubrificazione di due parti metalliche al fine di facilitare lo scorrimento o la rotazione eliminando l'attrito.
la sua traduzione è “zona di grasso”, ovvero “deposito di grasso”.
È un termine che rientra nella caratteristica modifica del dialetto di trasformare le parole ed è molto generico.
Si riferisce a tutte le zone lubrificate o ingrassate. Così vi era “u semèje” della ruota del carro, “u semèje” riferito al cardine della porta ed altro.

Tèste È il mozzo delle ruote dove veniva conficcato a freddo “u semèje”; mentre “i cìrchije”, gli anelli di ferro alle due estremità, venivano montati a caldo; così pure “i cerchijùne”, i cerchi di ferro esterni della ruota aderenti al terreno.
Le due estremità dell'asse, di forma conica, tramite due “rondèlle”, “i retrànge”, e “a zèppe” (bietta) o “arzècule”, assicuravano il movimento rotatorio evitando il gioco assiale.
Spesse volte, in mancanza del grasso, si utilizzava la cotenna – “a còteche” – per la lubrificazione delle ruote. Ciò evitava che le ruote “shkamàssere” (“shkamà” = cigolare). Si procedeva staccando parzialmente le ruote, infilando nell'asse un pezzo di cotenna accartocciata, quindi le si rimontava con dei fermi, “i zèppe”.

I zammeune Erano due contenitori di forma conica legati sulla “varde” dell'animale da soma o da trasporto (quasi sempre l'asino). Erano fatti di materiale simile a quello “d‘a vesàzze” o “d‘u taschèppàne”. Li si utilizzava quando si doveva ripulire la stalla – situata nel retro dell'unica stanza dell'abitazione e mascherata da “u pannètte” (un pannetto steso a mò di parete) – “da u fumìre” o “da u stàbbele”.
Le due sacche cariche avevano le punte distanziate tra esse da un pezzo di legno posto sotto la pancia dell'asino per evitare che la bestia non riuscisse a camminare agevolmente. Dall'immagine di due “zàmbe” che descrivevano le sacche sul terreno durante il percorso deriva la parola “zammeune” o “szammeune”.

31 dicembre 2007
Romano Petroianni



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