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(…continua dalla precedente) Il presidente della Provincia di Bari, dal quale dipende l’istituto, ci promise solennemente di tornare all’antico nome del fondatore, ma ancora non si è visto niente. Il Re si spostò da Giovinazzo a Bitonto il giorno 25 dove volle visitare il maestoso orfanotrofio intitolato alla sua prima moglie Maria Cristina e si intrattenne con le alunne e con gli amministratori. Più di tutti questo luogo dovrebbe far riflettere molte persone sulla modernità del governo napoletano nel periodo borbonico. Un edificio che rispetta l’uomo, che rispetta gli infelici orfani dando loro spazio e verde nel quale istruirsi a spese dello stato. Basterebbe questo per comprendere l’altissima civiltà delle nostre istituzioni. In Piemonte e in Lombardia, all’epoca, un orfano veniva internato in una sorta di lager e nella civilissima Inghilterra, che tanto si preoccupava di noi, bambini non ancora dodicenni venivano costretti a lavorare diciotto ore al giorno in condizioni disumane. Ferdinando II volle anche fermarsi davanti a quell’obelisco che ancor oggi fa bella mostra di sé e che ricordava la battaglia vinta dal suo antenato Carlo III, il 25 maggio 1734, e la conseguente fondazione del Regno Indipendente. Tredici anni dopo, questa indipendenza fu persa solo e soltanto per soddisfare le brame degli invasori e senza nessun miglioramento per noi ma, al contrario, per impoverirci al punto di dover abbandonare in massa la nostra terra. Il 26 maggio i sovrani raggiungono Bari dove si recano a pregare nella Basilica di San Nicola e visitano il Real Liceo, fucina di tanti ingegni pugliesi. Dopo una visita al Santuario della Vergine del Pozzo a Capurso, il giorno successivo si imbarcano su una nave da guerra per raggiungere Brindisi al fine di poter ammirare dal mare i grandiosi lavori di restauro del porto. Il 29 e il 30 lo trascorsero a Lecce dove il Re festeggiò l’onomastico e infine, il 2 giugno, lasciarono Brindisi imbarcandosi alla volta di Rovigno, città asburgica dove li aspettava per una breve visita l’Arciduca Carlo, padre della Regina. In sedici giorni Ferdinando II potè toccare con mano quanto aveva fatto nei suoi primi diciassette anni di Regno per la cara Puglia alla quale era particolarmente legato. Basti ricordare che nella sua famiglia erano ben quattro i componenti che portavano titoli legati a città pugliesi. L’ultimo fu Pasquale, uno dei suoi tanti figli che nel 1852 ebbe il titolo di Conte di Bari. Bonifiche immense in Capitanata con la creazione di tante nuove cittadine. Ponti e strade per centinaia e centinaia di chilometri. I porti di Molfetta, Bari e Brindisi. Sessantuno ospedali sparsi per tutta la regione. Trentanove fra conservatori ed orfanotrofi. Diciannove monti di pegno. Duecentodiciannove monti di maritaggio - sorta di piccole banche che consentivano di fornire le doti matrimoniali - e ben ottantadue monti frumentari. Questi ultimi furono delle piccole banche agricole che anticipavano a bassissimo tasso il danaro per le semenze agli agricoltori non abbienti. E per non parlare della prosperità generale nella quale viveva la regione. Teatri rinomati erano dappertutto. A Foggia, a Lucera (Real Teatro Maria Teresa Isabella, rinominato poi Teatro Garibaldi), a Barletta, a Trani, a Terlizzi, a Bitonto. Il prezzo del grano e dell’olio di Puglia era quotato a Londra e la nostra agricoltura era all’avanguardia. Dopo l’unità il conquistatore pensò prima a tagliarci le gambe, drenando tutti i capitali e uccidendo l’industria in via di sviluppo per trasferirla a Nord. Poi, quando decise di proteggere la nascente industria del Nord, l’Europa rispose boicottando i nostri prodotti agricoli e fu la definitiva fine anche per la Puglia. “Non dovranno mai più poter diventare imprenditori…”, disse un banchiere genovese a Cavour quando preparò il piano per annientare la nostra economia. In Puglia, dopo molto tempo si è riusciti a tornare impreditori, ma quel tempo felice che ci vedeva autonomi e indipendenti, atti a costruire il nostro futuro, non è mai più ritornato. Oggi buttiamo le olive per strada per la disperazione, ma almeno siamo tutti italiani.”

Così scrisse Roberto Maria Selvaggi il 13.12.1997. Ora noi ci chiediamo: i “premier” delle “Due Repubbliche”conoscono la vera storia del Sud? O ne parlano solo per parlare ed in maniera dispregiativa? La gloriosa Capitanata, ahimè, grazie ai nostri governanti, la possiamo considerare come l’ultima provincia d’Europa! Si parla continuamente di sviluppo, però in Capitanata abbiamo una rete stradale e ferroviaria ancora ferma (e grazie proprio ai Borbone!). È mai possibile che nel terzo millennio esistano ancora certi tratti ferroviari come la Foggia-Napoli o come la Foggia- Potenza? Roba da far rabbrividire persino i paesi del terzo mondo! E la Lucera-San Severo la possiamo considerare strada? E l’aeroporto, a Foggia, esiste? Gli esempi potrebbero continuare all’infinito anche per alre situazioni. E il fenomeno delinquenziale? Ormai ogni giorno si spara e si ammazza. Tangenti, racket, estorsioni, furti, corruzione e rapine si susseguono quotidianamente in maniera sempre più preoccupante. C’è da chiedersi: …ma che cosa viene a fare continuamente il Sig.Mantovani in Capitanata, inviato del governo?! Sinceramente non l’abbiamo ancora capito. Concludendo, per il momento, vorremmo ricordare la parte finale di un cartone animato, ”Gli Aristogatti”, in cui il gatto Napoleone così replicava a chi gli diceva «Napoleone! È la fine!»: «Un momento: il capo sono io, lo dico io quando è la fine!» Viva l’Italia (chissà dove sarà mai) e gli italiani (chi?). Viva l’Europa (buona notte!) e viva anche i premier delle “Due Repubbliche” che intendono sì cambiare l’Italia, ma onestamente a tutt’oggi non abbiamo ancora capito come. E per il Sud? Auguriamoci che il “cambiamento” non sia solo quello ipotizzato per lo stretto di Messina!

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