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Storia
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Un timoniere concreto e sicuro di spiritualità
Della poliedrica personalità di San Francesco Antonio Fasani si è scritto diffusamente, come pure abbondantemente si è trattato dell’ampiezza della sua esistenza consacrata incondizionatamente a Dio sotto la guida onnipresente e sicura di Maria Immacolata. Nei convegni internazionali di Mariologia, molti dei teologi partecipanti sono attratti dalla sua novità dottrinale e desiderano studiare il teologo Fasani sia sotto il profilo mistico, mariano, evangelizzatore, missionario, sia per aver dedicato tutta la sua esistenza nell’affermazione e diffusione dell’amore infinito di Dio che si irradia sull’uomo di ogni tempo tramite il Cristo e gli ritorna dopo essersi realizzato nell’amore dei fratelli.
È su questo concetto che il Fasani progetterà il divenire della sua esistenza. Egli si interessò di teologia con il rigore metodologico dello studioso e, tornato a Lucera per delega del Capitolo Generale, insegnò filosofia presso il locale Ginnasio con una tale competenza, professionalità e coinvolgente passione da meritarsi quasi sempre gli applausi degli studenti. Il Padre Fasani fu anche il forbito ed accattivante predicatore della Capitanata e del basso Molise, l’infaticabile uomo d’azione, il confessore cercato con insistenza da tutti coloro che erano entrati in contatto con lui. Ed in effetti, attraverso la grata del confessionale, raccoglieva gli sfoghi, le confidenze tristi e talvolta struggenti, le amarezze, le ansie, i timori di coloro che cercavano in lui comprensione ed aiuto. La capacità di ascoltare con paziente, partecipativa umiltà, gli consentì di entrare nel circuito della sofferenza, della fame, della povertà, della solitudine, condizioni a lui ben note perché nato e vissuto fino a giovane età in una delle tante famiglie povere della Lucera del XVII e XVIII secolo. Una città simile a tante altre del meridione, travagliata da forti squilibri sociali ed accese tensioni sociali, pervasa da una strisciante crisi economica che vedeva salvi solo i Signori ed i Patrizi che continuavano a dominare dai loro palazzi dove prestazioni gratuite ed angherie appesantivano ancor più i rapporti personali. Da un’ottica etico-sociale del quadro storico si evince con chiarezza raccapricciante che in quei secoli, oltre a mancare un vero sviluppo della società in senso moderno, veniva osteggiata persino l’affermazione di una borghesia cittadina. Escludendo perciò il latifondo, la stragrande maggioranza della popolazione era costituita da piccoli proprietari terrieri, contadini, muratori, artigiani i quali vivevano di stenti e di elemosine, sia per l’arretrato sistema di condurre i terreni sia per le stridenti oscillazioni congiunturali individuali e strutturali. Non era difficile trovare, tra gli stessi proletari, chi non disponeva neanche di pochi carlini per pagare le tasse al fisco. In un clima societario di apparente tranquillità si abbarbicavano le radici del malessere, delle violenze e dell’ingiustizia. Fra i tanti soprusi e abusi patiti dalla povera gente due si manifestavano particolarmente disastrosi e dirompenti: l’usura e la prostituzione, entrambe moralmente riprovevoli perché dirette su soggetti incapaci di reagire.
L’usura, parola di derivazione latina (usus part. pass. di uti usare), indica l’attività di chi presta denaro ad interessi abbastanza alti tanto da meritarsi la definizione spregevole di “usuraro”. Questa pratica trova riferimento per la prima volta nel VII sec. A. C. nella città di Atene di Solone che, come si sa, prese provvedimenti a favore degli indebitati proprio per evitare situazioni incresciose. Successivamente il prestito usuraio, con o senza garanzia, divenne un’attività esercitata prevalentemente sia da privati che da pubbliche amministrazioni. Sotto l’Impero Romano il legislatore intervenne con leggi severe per evitare che questa attività soggiogasse il debitore fino a considerarlo un pegno da ridurre in schiavitù in caso di insolvenza. Il Medio Evo considerò usurai e peccaminosi tutti i pagamenti effettuati tramite prestiti. A partire dal secolo XIX l’usura fu considerata attività illegale e, come tale, ritenuta reato annoverabile tra i delitti contro il patrimonio mediante frode e perseguibile per legge. All’arrivo del giovane Padre Fasani nel convento cittadino era già funzionante, secondo lo stile francescano, un Banco di Credito che era di grandissima utilità economica per la città, ma che fu chiuso con la soppressione napoleonica del 1809.
Per comprendere appieno l’importanza del servizio conventuale lucerino e del nuovo vigore organizzativo datogli dal Fasani, occorre inquadrarlo nel più ampio contesto dell’attività creditizia di Capitanata, soggiogata ed accentrata in un regime economico a carattere monopolistico napoletano. Tale sistema costringeva gli operatori agricoli all’arbitrio degli accaparratori senza scrupoli della Capitale i quali, beneficiando delle agevolazioni accordate loro dall’abusato potere politico, restringevano sempre più il margine di guadagno dei beneficiari per cui erano costretti a ricorrere a finanziamenti usurai per continuare le loro attività produttive. Al Banco popolare di San Francesco, invece, potevano rivolgersi piccoli e grandi proprietari che, avendo necessità di svolgere sia il commercio cittadino che quello con l’estero, non intendevano utilizzare l’enorme massa di “circolazione fiduciaria” (carta moneta garantita dalla solidità dello Stato) immessa sul mercato per la carenza di altri mezzi di pagamento a causa della stagnazione dei diversi comparti produttivi. Grazie all’azione determinante del Padre Maestro, il Banco non solo ritornò in auge, ma attraverso una oculata amministrazione dei beni, donazioni, censi, enfiteusi, riuscì ad incentivare l’edilizia vendendo il largo di San Francesco, donatogli dalla generosa devozione della famiglia Lombardi, in canoni enfiteutici a favore dei ricchi come dei modesti cittadini e degli stessi muratori. Grazie al Banco, il Fasani potè garantire occupazione a molti suoi concittadini e assicurare pane e lavoro ai contadini che riusciva a sistemare presso i Patrizi della città con attività agricole stagionali. Con l’attività del Banco, il Padre Maestro era riuscito a costruire una cerniera di armoniosa spiritualità e di solidarietà sociale tra frati e popolo che si espletava in un servizio composito comprendente opere caritativo-assistenziali riservate tanto alla stragrande maggioranza dei poveri bisognosi di tutto, quanto ai carcerati e ai condannati a morte. Conoscendo lo stato di estremo bisogno in cui versavano molte persone a lui note, costruì una fitta rete di aiuto alla quale era impossibile sfuggire. Egli agiva, così, non per velleità populistica, ma per donare speranza, affetto, carità e soprattutto per evitare che alcuni potessero finire nelle deprecabili maglie di quel circuito usuraio che concepiva il prestito non come azione di solidarietà, ma come un bene produttivo di facili ed incontrollati guadagni. Per tenere sotto controllo tutti i bisognosi del suo aiuto, aveva compilato un elenco dei poveri, un “registro del dare e dell’avere” (non pervenutoci insieme ad altri suoi documenti ) quasi sempre in deficit che la paterna misericordia di Dio provvedeva a pareggiare inevitabilmente. Superfluo sottolineare quanto grande fosse la stima, la venerazione e l’amicizia che i suoi fratelli poveri gli riservavano perché vedevano in lui non solo un Santo, ma il costruttore di una società più equa e civile.
Michele Tolve
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